Saggi

Car’Odiario

testo critico di Alessandra Ioalé e Francesca Holsenn per la mostra personale di Tuono Pettinato a cura di ADIACENZE in occasione del Festival di fumetto BilBOlBul di Bologna

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Car’odiario, come posso raccontarti che la mia eccessiva bontà era diventata d’un tratto una presenza ingombrante? Come posso spiegarti che alla base della mia dannazione c’era la mia patologica incapacità di opporre un rifiuto a qualsiasi richiesta improbabile?

Queste le domande a cui Tuono Pettinato risponde con Car’odiario, la prima personale che mette in luce il lato oscuro dell’autore, diverso da quello che noi conosciamo, inedito, latente in alcune pagine dei fumetti prodotti negli ultimi anni.

Tuono Pettinato è un autore e fumettista italiano che si è sempre contraddistinto, nella scelta dei temi e nel modo di vivere la sua professione, per essere il paladino della dolcezza e del bene. Con il suo stile cartoon, sintetico e caricaturale, è, da sempre, colui che porta nel suo lavoro quella leggerezza colta che fa ridere amabilmente l’emisfero destro del nostro cervello.  Chi lo conosce lo sa. Ma quanti di voi si sono chiesti che cosa accade nelle viscere più profonde del nostro amato Tuono? Ebbene sì, esiste un lato oscuro, nerissimo, ancora poco conosciuto e che scalpita per essere messo a nudo.

Conoscendo l’autore e la sua passione per la cinematografia, tanto da esserne un cultore, riscontriamo nel suo originale approccio al genere fumetto una propensione alla narrazione di storie e biografie di personaggi illustri, assimilabile a quella cinematografica, non tanto nella costruzione del disegno, che è privo di orpelli inutili e annotazioni ambientali elaborate, quanto in altri elementi formali come la concezione delle inquadrature e il montaggio delle stesse, in cui la semantica di Tuono prende vita ed è organizzata. Il linguaggio dell’autore fa sfoggio di escamotage visivi e di un ricco e colto ventaglio iconografico, costruito per rimandi a film, libri e fumetti affini alla storia narrata. Nei fumetti di Tuono Pettinato, l’umorismo gioca con aneddoti, fatti bizzarri tratti dalla realtà storica, e con il sovvertimento di stereotipi legati al nostro immaginario. Ne emerge un autore consapevole del proprio tempo e innovatore nelle soluzioni visivo-narrative.

Quando l’autore veste i panni di biografo, la scelta delle scene da narrare e la caratterizzazione dei personaggi, studiata al fine di operarne un “abbassamento”, fa sì che le biografie di questi protagonisti della Storia, della musica e della scienza, scesi dal loro piedistallo e divenuti nuove icone popolari per avvicinarsi al pubblico – un Garibaldi che saltella invece di camminare, un Alan Turing vestito da Biancaneve, un Kurt Cobain trasmigrato concettualmente in un Calvin di Calvin & Hobbes – portino all’attenzione problematiche sociali e culturali che possono essere riferite alla nostra attualità. Quando invece Tuono è autore di storie di finzione attinge a piene mani dalla realtà, riproducendo in una narrazione d’invenzione dinamiche sociali e fatti di cronaca tipici del mondo contemporaneo rendendo il particolare ad uso dell’universale. Ed è il caso dell’ultimo suo libro, “L’odiario”, edito dalla casa editrice genovese Grrrz Comic Art Books, da cui prende le mosse questa mostra, tributo alla poetica di un autore che sa parlare del mondo che lo circonda.

La cultura mainstream insidia la nostra capacità di giudizio suggerendoci ciò che è giusto o sbagliato, ciò che è bene o male, bello o brutto. E pilota i nostri sentimenti, anche quello dell’odio. Un odio cieco, ignorante, verso falsi pregiudizi, che viaggia nell’etere per poi traboccare urlante dagli schermi accesi ventiquattro ore su ventiquattro delle nostre TV e dei nostri PC, spegnendo il nostro senso critico. Un odio malato a cui va posto rimedio.

Se il fumetto, per Tuono Pettinato, “individua i mali e mette il lettore di fronte ai problemi”, Car’odiario è la diagnosi raffinata di un sentimento di rifiuto sano verso ciò che è davvero fastidioso, malato, ovvero verso tutto ciò che i mezzi di comunicazione di massa, i social network e quant’altro ci danno in pasto, e a cui siamo sottoposti giornalmente influenzando il nostro stile di vita, distorcendo la nostra percezione della realtà, mettendo in crisi i meccanismi del nostro vivere.

In modo colto e ironicamente elegante Tuono Pettinato ci introduce alla sua esperienza dell’odio, non solo come autore ma anche come persona che vive la sua quotidianità, in un percorso espositivo dove ciascuno è invitato a praticare questo sentimento di repulsione in modo diretto, onesto e, sì, anche interattivo.

Il percorso comincia con quella che si definisce l’”officina dell’odio”, dove il “notaio dell’odio” attende il visitatore invitandolo ad esternare il proprio sentimento di repulsione prendendone nota sul suo registro, in una performance uno a uno. Dopo la prima parte più psicologica rivolta all’ascolto, il percorso procede nella sala centrale dello spazio espositivo dove si apprezza la formalizzazione delle tematiche dell’odio attraverso l’esposizione delle tavole originali dell’autore. Queste ultime vengono, infatti, proposte come “isole” narrative in cui le tavole stesse, scelte ad hoc, sono raggruppate in modo granulare in piccole quadrerie. Geniali le didascalie: esse non hanno più una funzione informativa, ma piuttosto provocatoria, perché con queste l’autore suggerisce al pubblico il tipo di reazione da adottare.
Il cammino dell’odio finisce nella terza sala espositiva in cui vengono svelate le mappe concettuali. Con esse si invita lo spettatore a intraprendere il processo intellettivo/creativo che sta alla base della costruzione di alcune scene significative tratte dal libro, richiami colti a diverse sfere del sapere, stereotipi culturali, personaggi chiave dell’immaginario dell’autore, tutti che si ricollegano e concorrono alla struttura delle diverse tematiche dell’odio.

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Graffiti Writing e Street Art. Quando l’arte diventa urbana e dalla strada va al museo

Testo critico a cura di Alessandra Ioalé per l’esposizione From Strip to Street, rassegna dedicata al fumetto e alla Street Art a Palazzo Marchesale di Arnesano (Lecce)

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A più di quaranta anni di distanza, il Graffiti Writing, la Street Art e i muri che hanno accolto e continuano ad accogliere queste due espressioni artistiche, esistono e vivono ancora fra di noi. Continuano, come hanno sempre fatto, a sorprendere, a scandalizzare, ad ammonire, a segnare e ad insegnare sulle nostre strade. Entrambi hanno origine sulla strada, alla fine degli anni ’60, per poi però svilupparsi in due direzioni diverse entrando a far parte oggi del più ampio movimento artistico chiamato Arte Urbana ed essere riconosciuti in tutto il mondo come i due nuovi movimenti artistici più importanti del XXI secolo.

Ciò che noi definiamo Graffiti Writing, è una delle quattro discipline della cultura Hip Hop, con codici e regole proprie basata sullo studio del Lettering, ovvero la sofisticazione della forma delle lettere, in combinazione con l’uso del colore a spray, che compongono la firma, la tag personale con la quale ciascun writer si distingue su qualsiasi superficie della città. Le tracce pionieristiche sono ad opera di Cornebread sul finire degli anni ‘60 a Philadelphia e di Julio 204 e Taky 183 nei primi anni ’70 a New York, città in cui il Writing diverrà una disciplina vera e propria toccando il massimo sviluppo negli anni ’80 grazie a personalità come Phase2, Seen, Futura2000, Rammelzee. In tale periodo infatti il sistema delle gallerie riconosce ad alcuni padri della disciplina lo status di artisti dedicando loro molte personali e collettive, non solo a New York ma anche in gallerie e musei europei. Oltreoceano, questa disciplina influenzerà moltissimi giovani del Vecchio Continente ponendo le basi per la nascita e la crescita di nuove e peculiari scene locali, come avverrà anche in Italia sin dai primi anni ’90.

Nel frattempo la strada vive “l’invasione” di un altro movimento artistico, che di lì a poco ne cambierà i connotati, conosciuto genericamente come Street Art, ma che in realtà racchiude in sé diverse forme della stessa espressione: Stancil Art, Sticker Art, Poster Art, fino ad arrivare al Wall Painting. Le prime testimonianze le abbiamo in Francia con i pionieri Ernest Pignon-Ernest e Zlotykamien negli anni ’60, ma solo negli anni ’80 il loro esempio è ripreso e sviluppato da Blak le Rat, Mesnager, Jef Areosol, Miss Tic e dalla successiva generazione di artisti ancora più audaci e sperimentatori. Negli Stati Uniti, l’esperienza di Keith Haring nella Metropolitana di New York è da ritenersi anticipatrice, sia dal punto di vista dell’attitudine che dei contenuti dei suoi primi “attacchi” nel 1981 ai billboard pubblicitari scaduti e oscurati da una pellicola nera, su cui l’artista interviene con il gesso bianco. A Providence in Rode Island, Obey aka Shepard Fairey realizza, nel 1989, la campagna di stickers “Andre the Giant Has a Posse”, che farà il giro del mondo negli anni successivi diventando un’icona-logo dopo aver abbreviato lo slogan in “OBEY”.

Un nuovo movimento che ha la stessa attitudine vandalica e illegale del Writing ma che non ha niente a che fare con il Lettering. Ad esso infatti si sostituiscono simboli e disegni, slogan ironici e irriverenti. Mentre il Writing è autoreferenziale, ovvero non ha l’esigenza di essere compreso dalla massa ma solo da chi ne fa parte, al contrario la Street Art cerca di comunicare ai cittadini nello spazio pubblico. Comunicare un messaggio semplice, diretto e immediato che utilizza, sovvertendoli, gli stessi codici della comunicazione massmediatica. Un messaggio di denuncia politica, economica e sociale per un’azione critica al sistema che tende a globalizzare e allo stesso tempo ad alienare. Con finalità e usi differenti, in entrambe riscontriamo però una forte influenza estetica tratta dal mondo dei comics e dell’illustrazione pop. Per quanto riguarda il Writing, quando le lettere cominciano a farsi più elaborate e complesse, i pezzi si arricchiscono di puppets o characters i cui tratti si ispirano ai personaggi di alcune strip, come quelle del fumettista underground degli anni ‘70, Vaughn Bodé. Per quanto riguarda la Street Art, gli artisti rovesciano il significato di alcune icone dei fumetti e dell’illustrazione di massa, manipolandone i tratti e riadattandoli ai loro slogan nello spazio urbano.

Intanto negli Stati Uniti, il crescente riconoscimento artistico di alcuni padri del Writing va invece di pari passo con la forte repressione del movimento, che tiene lontano i writers da treni e muri cittadini. I successivi anni ‘90 sono infatti anni duri per il Graffiti Writing, stimolando alcuni writers alla sperimentazione di nuove forme espressive alternative e a lasciare New York per cercare nuove scene in cui potersi esprimere. L’Europa diventa per loro il nuovo punto di riferimento, con la scena tedesca e francese che prosperano in questi anni. Il movimento subisce così una battuta d’arresto ma subentra una nuova generazione di artisti.

In accordo con ciò che già stava accadendo negli Stati Uniti e in Europa negli anni ‘80 e ‘90, anche in Italia, dai primi anni del 2000, assistiamo all’arrivo della Street Art e alla nascita della prima generazione italiana di street artists. Nelle città in cui è già presente una scena writing ben sviluppata, molti giovani writers, non riconoscendosi più nella disciplina, insieme a una nutrita schiera di artisti, provenienti da altre discipline accademiche, cominciano a sperimentare nuovi materiali e tecniche in strada. Pensiamo all’invasione di stickers di 108; ai poster di Ozmo e moltissimi altri a Milano; ai wall painting di Blu e Ericailcane a Bologna e di Aris in Toscana; agli stancil di Sten&Lex a Roma e quelli di Chekos in Puglia.

Negli ultimi anni in Italia, come nel resto del mondo, sia writers che street artist, della vecchia e della nuova generazione, spinti da una propria volontà artistica, proseguono la loro ricerca oltre la strada, oltre il muro pur mantenendo con esso un legame forte, per arrivare su tela e materializzarsi in scultura o in interventi e installazioni ambientali site-specific. In accordo con il loro background, sviluppano tecniche e linguaggi complessi, personali per una narrazione dei contenuti articolata su più livelli di lettura dell’opera. Sì sfumano così i confini tra writing, pittura, stickers art, stancil art, wall painting, una forma quest’ultima che oggi si è sviluppata moltissimo in tutto il mondo. Soprattutto grazie a progetti di promozione culturale o di valorizzazione e riqualificazione del territorio, finanziati da gallerie e privati o promossi da Associazioni di vario tipo, definendo così un sistema internazionale che contribuisce alla crescita artistica di molti autori, spinti a cimentarsi ora su muri di grandi dimensioni sperimentando nuove soluzioni per il proprio lavoro nello spazio pubblico. Artisti che oggi sono ritenuti esponenti dell’Arte Urbana italiana tra cui, oltre quelli sopracitati, 2501, Andreco, Etnik, Dado, Joys, Zed1, Giorgio Bartocci, Giulio Vesprini, Rae Martini, BR1, CT, MP5, SPAM, Wany e molti altri ancora.

Tutto ciò ha permesso la comprensione e l’assimilazione da parte del sistema dell’arte, istituzionale e privato, di queste due espressioni artistiche e dei loro autori, le cui opere fanno oggi parte di collezioni pubbliche e private.

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Messaggi dalla metropoli
testo critico di Alessandra Ioalé e Francesca Holsenn per NOW and LATER personale di Chris “DAZE” Ellis ad AVANTGARDEN GALLERY – Milano

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Maestro e rappresentante old school del Graffiti Writing di New York, sin dai primi anni ’80, Daze inizia il proprio percorso artistico portando lo studio del lettering nella dimensione pittorica del paesaggio urbano di stampo realista; andando oltre la strada e i vagoni della metropolitana per arrivare al lavoro in studio fino alle pareti di importanti gallerie e musei di tutto il mondo. Testimone del suo tempo, come un Virgilio contemporaneo narra una realtà parallela, diversa e opposta a quella delle higths newyorkesi. Ogni dipinto è un messaggio dalla metropoli che stordisce e sbalordisce raccontando quella realtà urbana, trascurata dalla pittura convenzionale, molto più agitata, aggressiva, difficile, in cui le persone vivono una propria normalità sopravvivendo al disagio con dignità e voglia di vivere la propria dimensione culturale. Quella parte di metropoli che in molti hanno vissuto ma che in pochi sono riusciti a tradurne l’atmosfera su tela. Un’atmosfera che si respira ancora nel Bronx e ispira quotidianamente Daze che, prima da writer e oggi da artista, porta avanti il suo lavoro nello studio aperto in questo stesso quartiere con il collega e amico Crash nel 1981. Dai lavori di esordio, quando per la prima volta nel 1981 espone al Mudd Club e alla galleria Fashon Moda per la sua prima personale nel 1982, a oggi le tecniche si sono affinate in un mix, tra pittura a spray, a olio, stancil e collage con cui restituisce quella forza espressiva, quella sensazione di movimento veloce e dinamico propri di un particolare racconto. Il racconto della strada, dei neighborhood poveri di New York, che solo pochi artisti come Daze sanno narrare, attraverso un repertorio iconografico personale sviluppato negli anni, proprio della disciplina del writing, che combina, unisce e adatta oggi a elementi e strutture compositive proprie della pittura di tradizione realista. Tutta una produzione di opere che vanno dalla citazione diretta del reale, a opere che stanno a metà tra la rappresentazione realistica del paesaggio urbano e una rappresentazione evanescente, onirica come la serie “Grey scale”. Serie quest’ultima in cui si avverte una tensione emotiva sottesa che fa dell’opera non più semplice documento del reale ma messaggio di uno stato d’animo, quello dell’artista di fronte a questa realtà disagiata. A rendere ciò è la contrapposizione di due forze interne all’impianto compositivo delle scene, quando squarciate dai treni della metropolitana o da strutture architettoniche caratteristiche, in cui vi sono innestati volti, per lo più accennati o concentrati sullo sguardo, dall’aria inquietante e premonitrice. Fino ad arrivare a lavori meno espliciti e più d’impatto, composti da immagini tratte direttamente dal suo background di writer, come le serie “Agenda” e “Geometrical”. Vediamo irrompere il wild style delle lettere e i vagoni della metro che s’impongono su sfondi a collages o dai colori accesi, quando non ben definiti e quando ripartiti in campiture geometriche precise, in accordo con una certa estetica pop propria dei suoi “pezzi” anni ‘80 più conosciuti. Con soluzioni personali, Daze uscendo dalla strada porta su tela il proprio realismo urbano contribuendo a quel racconto universale della metropoli contemporanea, e crea un ponte tra i sobborghi poveri della sua metropoli newyorkese e lo spazio immacolato della galleria.
Adesso come non mai, Avantgarden propone questa mostra al momento giusto.

Daze, già presente nella prima grande collettiva sui graffiti di New York mai realizzata in Italia in ambito museale: Arte di Frontiera. Da un progetto di Francesca Alinovi, lo ritroviamo presente, a distanza di trent’anni, nella grande e super contestata esposizione di Palazzo Pepoli, inaugurata da poco a Bologna. Avantgarden apre una finestra sulla ricerca attuale di Daze, ricollegandola filologicamente alle radici storiche del suo lavoro di artista proveniente dal writing.
Con Daze, Avantgarden ci riporta alle origini – sono infatti presenti in galleria foto risalenti ai primi anni Ottanta, a New York – e, attraverso l’esperienza dell’artista e la sua storia, riporta la discussione artistica e sociologica del suo lavoro all’oggi, nella convinzione che, per alcuni artisti, la storicizzazione è forse ancora prematura; perché è ancora tempo di studiare, conoscere profondamente e mostrare nelle strade, ma anche nelle gallerie, il lavoro di individualità che sono ancora in evoluzione.

NOW and LATER rimarrà aperta fino al 15 maggio 2016 presso Avantgarden Gallery, via Cadolini 29, Milano.

Photo courtesy by Avantgarden Gallery

Video intervista a cura di Francesca Holsenn e Alessandra Ioalé, montaggio Davide Barbafiera.

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Serendipity 

Testo critico per il catalogo di Salvo Ligama presentato dalla Galleria Portanova12 a SetUp Art Fair Bologna 2016

La curiosità, cattura e cavalca il nostro occhio alla volta di una traccia accennata da seguire o di una poco chiara da ricomporre. Lo sprona a superare i limiti certi, i confini visivi dati per scoprire l’oltre, con la sola esigenza di essere ancora sorpreso. Come possono i nostri occhi, costantemente sottoposti a un bombardamento di stimoli estetici diversi, essere ancora oggi sorpresi da un’opera pittorica? Quando in sé cela qualcosa ed è essa stessa ad esigere uno sforzo non tanto di immaginazione quanto di visione, allora sì, può ancora sorprenderci! Leggere tra le righe di un’immagine pittorica, un punto di vista diverso da quello primario, che in sordina ne disturba la visione d’insieme ma al contempo può rendere chiaro ciò che a prima vista può sembrare sfuocato, predispone a una nuova modalità di realizzazione e fruizione dell’opera. Ancora una volta è un movimento d’Avanguardia a rompere gli schemi della consueta percezione del dipinto in modo nuovo ed innovativo, riflettendo sul concetto di doppia immagine. Nel 1975 Salvador Dalì con una prima ma audace prova, isolata in tutta la sua produzione, sperimenta le potenzialità della scomposizione in pixel dell’immagine pittorica nella “Gala desnuda mirando el mar que a 18 metros aparece el presidente Lincoln”, al fine di porre sullo stesso piano un’immagine visibile ed un’altra visibile solo ad una data distanza.

Salvo Ligama, giovane quanto mai capace artista catanese, riprende e prosegue con virtuosa passione, successo e affascinanti approdi concettuali, la lezione del Maestro, riducendo distanze concettuali, tematiche e tecniche impensabili e portando ad alti livelli espressivi la tecnica di scomposizione digitale dell’immagine applicata alla pittura con risultati estetici davvero sorprendenti. Figlio del suo tempo, Ligama è un nativo digitale che sfrutta le nuove tecnologie a lui disponibili per sperimentare diverse possibilità di fruizione, nuovi livelli di percezione della realtà che lo circonda e lo influenza, reinterpretando e attualizzando la pittura di genere. Vediamo coinvolte le proprie radici culturali, le tradizioni di una terra che lo ha visto crescere, in un gioco percettivo che si risolve nella realtà del dispositivo digitale, di un comune smarthphone o fotocamera, che ne ricostruisce l’immagine nell’attimo in cui vi si guarda attraverso esaltandone l’urgenza quotidiana e il profumo pregnante delle atmosfere in un ritratto contemporaneo. Nella realtà dello spazio concreto, la realtà fisica dell’opera pittorica diviene coincidente e compresente alla realtà virtuale dell’immagine in essa celata. Due mezzi espressivi tanto opposti si piegano fino a toccarsi, per chiudere un cerchio visivo e diventare complementari alla visione a distanze ravvicinate dell’immagine pittorica “digitalizzata” e “nascosta”. Un ritratto attuale che nella ricerca dell’artista assume inedite valenze concettuali, superando e dilatando i limiti del genere, e raggiunge la sua massima espressione con l’opera “Mare in scatola”. In un’era in cui tutto può diventare prodotto in scatola, anche il mare di Sicilia può subire la stessa liofilizzazione in pixel. Ogni pixel è un pezzo di mare, staccato e indipendente, ognuno dipinto e fatto asciugare alla brezza del mare di Sicilia, con la presenza costante di altri prodotti organici o non classificabili, per un vero ritratto D.O.C. in scatola, pronto per essere sparpagliato su qualsiasi superficie.

Autonoma, l’opera di Ligama agisce nello spazio e produce, secondo il canone estetico ad essa intrinseco, un’illusione concettuale ed estetica sorprendente predisponendo a una fruizione per niente scontata e retorica che ci regala ancora la possibilità di essere curiosi e rimanere sorpresi.

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Vedo a Colori. Un progetto di riqualificazione urbana per vivere nuovamente a colori la città

Testo critico per il catalogo del progetto “Vedo a Colori” 2009/2014 a cura di Giulio Vesprini per la città di Civitanova Marche (MC).
Catalogo Vedo a Colori 2009-2014

Negli ultimi dieci anni anche l’Italia ha aperto le porte al Writing e alla Street Art, due discipline molto diverse tra loro, il cui comun denominatore risiede nell’azione illegale su superfici pubbliche con le quali istituzioni pubbliche e private si sono dimostrate sempre più aperte a intessere un nuovo e costruttivo rapporto, incanalando la loro energia creativa ed espressiva in interventi legali su strutture pubbliche con l’obiettivo di riqualificare aree urbane degradate o depresse. Ciò ha determinato uno sviluppo sostanziale di queste espressioni artistiche che oggi, varcando la soglia della legalità, confluiscono in ciò che definiamo Arte Urbana. Questo grazie anche all’impegno di singoli o gruppi di artisti che hanno indossato la veste di curatori e hanno portato all’attenzione pubblica l’importanza che può rivestire un intervento di Arte Urbana, non solo nella riqualificazione ma anche nella valorizzazione di aree grigie della città restituendo al cittadino il piacere di viverle nuovamente “a colori”. Questo è il caso dello street artist marchigiano Giulio Vesprini, curatore dal 2009 del progetto di riqualifica urbana “Vedo a Colori” per la città di Civitanova Marche. Non solo una scommessa con sé stesso ma con la sua città, nella quale è nato, cresciuto e lavora; vivendola, ha potuto vedere e intuirne, da artista, le problematiche di degrado e studiare una soluzione per renderla migliore alla comunità che come lui ci vive e lavora. Un impegno grande che per i primi anni è stato sostenuto e autogestito interamente dall’artista e dalla buona volontà di amici e colleghi, e che nel 2014 finalmente ha ricevuto il sostegno delle istituzioni locali e dell’Unione Europea risultando progetto vincitore del bando per il Fondo Europeo della Pesca (settore “Valorizzazione degli spazi portuali e di pesca”).

Il progetto Vedo a Colori si distingue per due caratteristiche meritevoli di pregio. La prima si esprime nella scelta degli artisti, molti e vari ma soprattutto provenienti da tutta la penisola italiana ma dal talento riconosciuto a livello internazionale. Da Blast e Bros, a Gola, Run e Gig, passando poi per Chekos Art, Mattia Lullini, Ufo 5, Corn79, MrFijodor, e concludendo anche con alcuni rappresentanti dell’illustrazione come Maicol&Mirco, Paola Rollo, Patrizia Mastrapasqua e Morden Gore, susseguitisi in questi sei anni di attività. La seconda invece sta nell’aver apportato il getting up, una forma di collaborazione tra artisti propria del Writing, nel ambito di una disciplina fortemente individualista come la Street Art. Nelle prime edizioni infatti vediamo la scelta degli artisti fatta non solo in relazione alle aree specifiche da riqualificare sparse in città, ma anche in prospettiva di operare in combo sulla stessa superficie murale; ogni artista invitato ha avuto quindi la possibilità di scegliere di lavorare in collaborazione con Vesprini, come quella con Gola e con Hopnn+YAPWILLY, o con altri artisti invitati (Sonda+MissEU, Camilla Falsini+Giò Pistone). Questa forma di collaborazione connota poi in maniera significativa l’edizione 2013 del progetto, quando Vesprini decide di inserire “Vedo a Colori” nel contesto più ampio del Futura Festival sviluppando il progetto “These Walls For The Future” che vede lavorare l’artista marchigiano su tre diversi murales in combo con Aris, Giorgio Bartocci e 108. Nasce così “VEDO A COLORI” x  “FUTURA FESTIVAL 2013” e vediamo già che per alcuni nomi la partecipazione al progetto diventa un appuntamento fisso, riflettendo il rapporto di profonda stima e amicizia che lega Giulio Vesprini, nella veste di artista, ad ognuno di loro, e riuscendo così a dare continuità a un progetto che culmina nel 2014 con la realizzazione di 300 metri di muro della zona portuale della città, decidendo però di dare ad ogni artista un muro in cui operare singolarmente. Una caratteristica del progetto che può trovare spiegazione nella formazione artistica del curatore, avendo le sue radici nella cultura italiana underground degli anni ’90, quando i ragazzi scendevano in strada fomentati dalla voglia di dipingere insieme un muro, collaborando alla realizzazione di un pezzo sulla stessa parete, in una combinazione di stili che si attuava soltanto quando alla base c’era profonda stima e amicizia a legare i singoli artisti. È raro oggi vedere realizzarsi questo tipo di collaborazione nei grandi festival che si svolgono ormai in tutto il mondo, ed è bello sapere che in Vedo a Colori si realizzi valorizzando soprattutto il lavoro di giovani artisti italiani su tante superfici della città.

Per tutto ciò concludo che Vedo a Colori non ha nulla da invidiare alle altre realtà presenti sul territorio e che anzi riesca a distinguersi nel panorama italiano regalando alla comunità un altro bellissimo e vario museo a cielo aperto. Inoltre alla luce di alcune problematiche legate a questo tipo di intervento, prima fra tutte l’effimerità delle opere murali per la quale si auspica sempre una buona operazione di catalogazione degli interventi, ritengo lungimirante la produzione di una documentazione cartacea che riassuma e testimonia l’importanza e la bellezza delle opere all’interno della città di Civitanova Marche.

Vedo A Colori | Il video

Il video ufficiale di “Vedo a Colori” 2014, firmato da Alessandro Moglie con le riprese drone di Biagio Staro, che documenta il lavoro fatto per l’ultima edizione del progetto di Street Art al Porto di Civitanova Marche.

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Anime meticce

Testo critico per la personale “Duplicity” di Giorgio Bartocci a Studio D’Ars di Milano

Dai primi passi mossi nel graffiti-writing, dove si misura con lo studio del lettering, alle successive esperienze post-graffiti, realizzate in giro per l’Italia a contatto con molti nomi stranieri, fondamentali per capire la rotta da seguire nella propria ricerca; passando per gli studi di oreficeria e soprattutto quelli di graphic design, vediamo maturare una coscienza artistica che opera responsabile nel contesto socio-culturale odierno, attraverso lo sviluppo di un linguaggio nuovo dalla peculiare sintassi espressiva di equilibri multiformi.Giorgio Bartocci classe ’84, un talento dalla forte personalità artistica, che lascia traccia del suo passaggio sia sui muri urbani che su qualsiasi altro supporto travolto dalla sua fervida sperimentazione di mezzi e colore.

Caro all’artista è adesso il ritratto di spaccati quotidiani, in cui si esprime il legame che egli stesso intrattiene con la città e la società che vi abita; con le costruzioni, che ne ridisegnano maldestramente la struttura urbana, su cui aleggiano anime meticce sospese nel leale doppio gioco di forme e colori, in bilico tra loro, che soltanto scontrandosi sulla realtà concreta del supporto ritrovano una propria dimensione stabile.

Anime meticce prive d’identità, e che forse non vogliono averne, affinché possano assumere quella di qualsiasi persona che le guardi, invadono le superfici vampeggiando come ombre proiettate dall’incendio della vita, che è in ognuno di noi. Anime divampate dalla tensione bipolare di chi interpreta ed esprime in un contesto ostile, ma allo stesso tempo ne rimane affascinato, e sente la responsabilità del segno che vi lascia. Una tensione risolta nel mezclado quasi armonico della composizione, in cui le zone di colore, ben delineate, si confrontano con quelle d’ombra, o ne costituiscono solo una tenue punteggiatura interna; in cui le pennellate si confondono, per dare un letto alle campiture più decise e nette, che ne definiscono l’articolazione sfuggente.

Soluzioni formali perfette ad esprimere quella costante duplicità nel rapporto con la città, che all’interno dello spazio espositivo viene dichiarato con la stessa potenza di un grido che s’infrange sulle pareti.

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A-typ(o)ical books

Un ritorno alla carta e la possibilità di un nuovo dialogo nell’era post digitale

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Contributo critico contenuto nel catalogo “It’s so A-typ(o)ical” a cura di Silvana Vassallo

Creare opere d’arte con un proprio testo critico, attraverso un software che rielabora e interagisce con l’archivio infinito d’immagini e parole di Google, farne un catalogo per una mostra in galleria e dei manifesti per comunicare un evento assolutamente fittizio, ci mostrano la possibilità di simulazione e manipolazione della rete; una video-trilogia sul potere delle immagini e sull’uso sistematico che per vent’anni di berlusconismo ne è stato fatto in TV, attraverso cui il volto di Berlusconi diviene icona ed entra nelle nostre case “accompagnandoci” nelle azioni quotidiane, fino a diventare l’effige di francobolli che celebrano i momenti della vergognosa realtà storica italiana di oggi; un ricettario di immagini catturate dal flusso continuo del video, che racconta dieci anni di storia italiana, attraverso quelli che sono i momenti tipici dell’Italia a tavola, conditi dalle continue trasmissioni televisive; ed infine, celata dietro a un semplice ed ironico gioco di parole, vi è la creazione artistica affidata alla casualità di “innocue” mine incendiarie che provocano crateri nella carta. Soluzioni originali, ironiche, che stimolano la creatività in chi le osserva, semplici ed incisive materializzazioni concrete di riflessioni che nascono e si realizzano in origine nella realtà dell’immateriale digitale ed informatico. Nell’era del post digitale esiste la volontà di riportare questo tipo di opere a una dimensione materiale e tattile, così da assistere a un ritorno ai mezzi espressivi classici e a un nuovo dialogo con essi. Un dialogo, che gli artisti del progetto A typo sono riusciti ad intessere, tra media espressivi digitali e multimediali e mezzi classici, come la carta, per la realizzazione fisica del proprio lavoro in un’opera come il libro d’artista.

All’interno dello spazio neutro della galleria si realizza nell’allestimento, delle opere cartacee insieme alle opere video di riferimento, la manifestazione spaziale di questo scambio creativo, che intercorre tra le diverse tipologie di opere, in cui il libro d’artista diviene il compendio del processo creativo di ogni artista. In un’atmosfera coinvolgente, creata dagli artisti che ci hanno accompagnato alla scoperta di ogni opera, ci viene mostrata così la possibilità di intermedialità tra diversi tipi di media artistici e della loro coesistenza nella realtà dello stesso ambiente espositivo.

IT’S SO A-TYP(O)ICAL  su Lulu.com

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URBAN DEVICE

Le nuove frontiere del Writing contro il degrado urbano

Catalogo_URBAN DEVICE

Testo critico per il catalogo del progetto di riqualificazione urbana URBAN DEVICE della Città di Grosseto

URBAN DEVICE è il progetto di riqualificazione urbana nato dall’incontro di due volontà, quella dei writers toscani dell’Associazione Culturale Artefacto di Grosseto, organizzatrice dell’evento, e quella delle pubbliche amministrazioni della Provincia di Grosseto e dell’Assessorato alle Politiche Giovanili, in collaborazione con la Regione Toscana, per donare un volto nuovo a un’area circoscritta, ma estesa e degradata come quella della Cittadella dello Studente di Grosseto. Il progetto di riqualificazione di una zona dedicata alla pubblica funzione, come quella scolastica e sportiva nel caso specifico, ha portato al raggiungimento di molteplici e trasversali obiettivi, rispondendo ad esigenze di non poca importanza. URBAN DEVICE ha dato infatti la possibilità a questi artisti di esprimersi in maniera legale su nuovi muri, trovando una soluzione creativa al degrado urbano di una delle zone fondamentali della città, ma soprattutto ha dotato la cittadinanza di un museo a cielo aperto; un percorso, che coinvolge il cittadino in una fruizione quotidiana e continua, in cui ogni intervento artistico studiato ad hoc si fa portatore di messaggi dal forte impatto visivo. Il progetto in questo senso opera come attivatore sociale, scuotendo l’immaginario creativo dei ragazzi, primi frequentatori assidui della zona, sensibilizzando il cittadino comune, e innescando una doppia rete di scambio e confronto sia tra artisti, italiani e stranieri, importante per la crescita artistica locale, che tra questi e l’amministrazione pubblica.  Da ciò URBAN DEVICE rappresenta appieno il nuovo atteggiamento del writing italiano, nel passaggio dall’illegalità alla legalità d’azione scaturito dall’esigenza di portare avanti la propria ricerca artistica, instaurando e coltivando un dialogo con le istituzioni pubbliche di riferimento. Infine URBAN DEVICE è anche uno degli esempi italiani di come il recupero delle zone urbane degradate affidato agli artisti della Graffiti Art possa essere una risposta alternativa alla repressione del writing come atto vandalico, e la manifestazione perciò di un nuovo approccio verso questa controversa espressione artistica. 

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Tratti Incisi

Collettiva di opere d’arte grafica

Testo critico per la collettiva

La collettiva “Tratti Incisi” pone l’accento sul lavoro di quattro illustratrici toscane, che in questa occasione vorrei presentare come quattro artiste tra le più attive nella grafica d’arte in Toscana, Francesca Lanzarini, Alice Milani, Viola Niccolai e Silvia Rocchi.

Ognuna proveniente da studi artistici e di approfondimento nell’arte grafica, sostenuti sia in Italia che all’estero, queste quattro amiche, colleghe ed artiste mostrano al pubblico, con eleganza di tratto e semplicità di composizione, riportando all’attenzione il genere del ritratto, il momento fuggevole in cui ogni viso si mostra nella sua caratteristica fisionomia riconoscibile, colto nella fragile quotidianità di mutevoli gesti ed azioni o nell’attesa di lasciarsi guardare per essere restituiti sulla carta. Sedici ritratti, sedici volti, tratti incisi di persone vicine, di persone amate ma lontane, di donne e di bambine, di storie sconosciute rese familiari nella gestualità delle loro azioni; sguardi accennati nei tratti salienti o incisi con minuzia fin nel dettaglio per imprimere sulla superficie cartacea tutta la loro forza espressiva. Soluzioni le cui trame sono ricamate su una matrice che ognuna di queste quattro artiste piega al proprio volere, attraverso la tecnica della xilografia e della combinazione delle diverse tecniche calcografiche, quali la puntasecca, l’acquaforte e l’acquatinta, sublimate da un piglio stilistico ed espressivo distinti, che ognuna di loro ha maturato con successo e riconoscimento fino ad oggi.

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MASSIMO PASCA

Un flusso di coscienza per immagini senza la punteggiatura di un’artista a 360°

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Testo critico per il catalogo POP-UrLAR. Grida dal buio della personale al MAT di San Severo

L’esposizione personale “POP-UrLAR. Grida dal buio” che, dal 20 dicembre 2012 al 20 gennaio 2013, la Città di San Severo e il MAT – Museo dell’Alto Tavoliere dedicano a Massimo Pasca, è importante per comprendere la figura complessa e multi sfaccettata di un’artista che intinge la vita nei colori dell’arte a 360°. Oltre ad essere stato l’infaticabile cantautore del noto gruppo reggae “Working Wibes”, è uno dei più stimati pittori, disegnatori e illustratori italiani. Un’intensa attività artistica che da anni porta avanti con la passione di colui che crede ancora che l’arte possa comunicare e possa essere veicolo di messaggi, di visioni, di racconti, e che lo vede coinvolto in importanti progetti espositivi. Porre il pennello sul supporto e iniziare a tracciare il disegno. Andare avanti liberando sé, seguendo quel flusso creativo che ha origine nella propria coscienza senza sapere quale sarà l’approdo. Un dialogo tra artista e traccia che s’interrompe nel momento in cui, come dice Pasca, “il disegno diventa bello”, e lo storpia, proprio perché non più frutto di una trascrizione immediata, automatica, ma ragionata. Così l’artista cambia per immergersi nuovamente in quel flusso e trarvi immagini autentiche, restituendole però con perizia calligrafica e precisione descrittiva propria di ogni buon racconto. Come i bozzetti e gli schizzi, tanto cari ai collezionisti del genere, per la loro incompiuta bellezza, i dipinti e le illustrazioni di Massimo Pasca per l’esatto contrario affascinano e rapiscono lo sguardo di chi li ammira. Dovizia di particolari caratterizzano divertenti personaggi, a volte ironici e irriverenti, che si affollano a far festa sulla superficie dell’opera. Si incastrano, insinuandosi l’un con l’altro, arrivando ad essere l’uno origine dell’altro in un ciclo continuo e senza fine, come un flusso di coscienza per immagini senza la punteggiatura, che cattura la nostra attenzione sin dall’inizio e non la lascia andare fino alla conclusione del racconto. Un racconto che assume ogni volta trame differenti di figure multiformi, dalle cromie di colore accese e brillanti, componendo una scenografia su cui si stagliano interpretazioni soggettive di icone della nostra cultura popolare di oggi, dalla Gioconda a Dalì fino ad arrivare a Carmelo Bene e Pasolini, dandovi risalto e rimarcandone il messaggio in esso contenuto; o viceversa divenendo l’anima di un soggetto più grande, totale, unico protagonista dell’opera, che comprende in se tutte le immagini e ne è a sua volta compreso e restituito nel significato. Nell’esegesi di ogni intreccio di forme, nella sua andatura e partizione, vi si sottende un sottile parallelismo con l’intreccio di parole attorno a cui si costruiscono i testi dei brani scritti e interpretati dall’artista stesso. È la narrazione, dalla trama singolare ed eccentrica, del flusso di coscienza dell’artista, che grida ai disagi del suo tempo, i cui protagonisti non sono altro che i personaggi-icone del nostro tempo, caratterizzate da una sottile e pungente vena sarcastica. Ogni opera è una pagina di questo racconto da cui non si può non essere coinvolti e travolti.

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SeMiEclissi

Opere di GammaPhì

A cura di Alessandra Ioalé

Lentiggini 

Dal 18 al 30 novembre a La Citè Libreria Caffè di Firenze in mostra le opere di GammaPhì, Alter Ego di Giada Fedeli, artista dalla personalità complessa che non possiamo definire con un solo aggettivo. La pittura, compagna di avventure dell’artista, è il mezzo attraverso il quale indaga sé stessa e l’emisfero femminile, facendo del corpo della donna il protagonista assoluto della sua ricerca e su cui opera degli approfondimenti. Nella recente serie, “MaLeVoglie”, infatti l’analisi passa a concentrarsi sul volto, considerato come un universo in cui viene svelato l’asimmetrismo di ogni figura umana. Volti di donne il cui ipotetico passato le mette in discussione nel presente. Segnati da una “macchia” che la società impone loro per la propria incapacità a stare alle regole. Un segno di trasgressione o anticonformismo per la società, che per l’artista invece non è altro che la manifestazione di una “voglia”. e le parole o i segni che vi gravitano intorno amplificano il significato che vi si cela. Voglie che oggi ci invitano a spingerci fino ai confini di noi stesse per andarvi oltre o, perché no, soltanto per prenderne atto. Sono la rappresentazione di domande o espressioni d’incertezza, che attendono lo spettatore farsi avanti per risolvere il loro enigma esistenziale, intessendo un dialogo empatico con loro, fatto di sguardi e di silenzi. Le voglie poi diventano nero totale, il colore che in sé assorbe tutti i colori e perciò non negativo. La voglia non è più simbolo di diversità, ma la parte più vera, il luogo della verità che nasconde e contiene l’identità autentica e la forza del volto stesso. Ed ecco che l’artista fa un ulteriore passo avanti nella sua ricerca sul volto con la serie di opere, “SeMiEclissi”, che da il titolo a questa mostra. Dieci opere di questa serie racchiudono in sé l’eclisse interiore di ogni donna; eclissi di luna, che condizionano gli stati emozionali di una donna, nella cui metà in ombra si eclissano proprio quelle emozioni e sentimenti, annunciati allusivamente nella metà in luce, calda e viva, e vengono a galla elementi che ci informano più precisamente, aiutandoci a decifrare, sulla natura delle donne che si lasciano guardare. Ritratti di volti comuni ma anche di volti celebri, ma tutti partono da Icaro, il primo a volare fisicamente, quindi in qualche modo a nascondere se stesso, sottraendosi agli sguardi. Tutte le altre sono sue Sorelle, per metà “volanti” e per metà “terrene”, che non biasimano Icaro, ma anzi lo seguono nei loro voli personali, rimanendo però ben salde alla vita, in cui ognuna di esse ha messo radici, e spiccando il volo solo a metà. Ce lo dicono i paesaggi che si stagliano dietro i volti come cartoline di viaggio, fisico o mentale, di luoghi visitati da queste donne.  Altro volto importante è quello dell’eroina Giulietta, che nel nero della notte Riflette ed estende la sua treccia di fil di ferro. È ancora una bambina quando vede sbocciare il suo amore nell’oscurità, senza pace e nascosto agli occhi di tutti; lei a differenza delle altre Sorelle, lascia le sue radici e vola via, seguendo perfettamente le Orme di Icaro. Tutto ciò tradotto con genuinità di tratto e freschezza della composizione, attraverso la visione, spontanea e innocente, dell’artista. I volti si costruiscono per ampie campiture di colore, i cui impasti sono scelti con cura, e per mezzo di dettagli pensati e resi significativi attraverso l’uso di materiali di recupero; mentre i contorni, solidi e netti, delineano e contengono ogni campitura in cui si seziona il volto, ponendo in primo piano quell’asimmetria insita in esso. Ritratti il cui gioco visivo del vedo e non vedo vuole incuriosire e spingere lo spettatore a continuare con la propria immaginazione e il proprio vissuto la metà oscurata di ogni volto, attraverso ciò che sta in luce.

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FUMITAKA KUDO “Ascoltando l’anima. Le mie figure di Alimondo Ciampi

Testo di presentazione della personale dell’artista giapponese curata dalla Fondazione Il Bisonte e inaugurata Domenica 22 aprile 2012 presso Palazzo Comunale – Signa

Nato a Niigata, Giappone, nel 1981, durante i suoi studi in Giappone sviluppa grande sensibilità artistica per la scultura, il disegno e l’incisione. Decide di perfezionare la sua arte in Italia dove si trasferisce nel 2002. Nel 2008 infatti si diploma in Scultura e successivamente ottiene la laurea in Graphic Design e Disegno all’Accademia di Belle Arti di Carrara. Nel 2010 grazie alla borsa di studio offerta dalla Fondazione “Alimondo Ciampi” approfondisce gli studi di grafica d’arte presso la Scuola Internazionale Il Bisonte di Firenze, ed è proprio in questa sede che nell’autunno del 2011 ho avuto l’onore di conoscerlo personalmente ed entrare in contatto con la sua opera. Un intreccio formativo assai peculiare, che contraddistingue l’intera produzione grafica di questo artista, da cui non poter prescindere quando guardiamo e ammiriamo le sue opere. Ciò è riconoscibile ad un primo sguardo nella precaria plasticità delle sue figure, che si ricompongono sulla carta. Come un capace e sapiente scultore, che dispone, sceglie e impiega ogni strumento per modellare le superfici in pietra, Kudo nello stesso modo, con la stessa conoscenza tecnico-espressiva e perizia d’esecuzione, si riserva l’uso di una vasta gamma di tecniche incisorie con le quali modella su carta i volumi, i pieni e i vuoti della complessa risoluzione compositiva dei suoi soggetti. Non predilige una tecnica, tutte sono chiamate ad intervenire e dare il proprio contributo estetico, perché tutte importanti per la sperimentazione espressiva del soggetto. Andando a ritroso e ripercorrendo l’intero corpus di opere grafiche dell’artista, è difficile non notare una evoluzione sia dal punto di vista espressivo che compositivo. Legato ancora a una più concreta plasticità delle forme e a una certa propensione al disegno dei volumi, i primi passi mossi da Kudo nell’incisione lo vedono descrittivo e del tutto legato alla rappresentazione della figura, fino a quando essa comincia a sfaldarsi, sfilarsi, sottrarsi alla realtà del foglio, attraverso una riduzione dei segni, una semplificazione delle forme, attorno a cui invece si costruisce tutta la composizione; nessun accenno d’ambientazione o di atmosfera, vi è solo l’esistenza precaria di forme animali che centrano il foglio. Al termine della sua esperienza al Bisonte scopriamo una forte personalità artistica, che riesce a restituire sulla carta una insolita e potente carica espressiva con la semplicità e la schiettezza di un giovane artista consapevole e discreto, volto ad una costante ricerca. L’occasione gli è data quando conosce l’opera scultorea dell’artista Alimondo Ciampi. “Camminando tra loro nello spazio all’aperto, tutte le figure mi sembrarono come in preghiera, in meditazione con sé stesse”. Partendo da questa riflessione, Kudo rende omaggio all’artista signanese instaurando un dialogo con esse. La volontà è quella di rendere visibile su carta ciò che nello spazio non è possibile vedere a occhio nudo. Ed è così che i soggetti animali, cari all’artista, lasciano il posto a figure umane, la cui solidità plastica emerge e s’impone sulla superficie grazie alla netta contrapposizione delle rarefatte e impalpabili atmosfere in cui sono calate e sospese. Le forme semplificate delle sculture di Ciampi, riprodotte su carta e modulate secondo un uso sapiente del chiaro e scuro, che sfocia in un perfetto equilibrio di grigi, sono messe in dialogo con atmosfere, che riecheggiano una fresca giornata di primavera carica di pioggia, che cade su delicati petali di fiori appena sbocciati; presagiscono la buia desolazione umana, in cui solo una luce purificatrice ne rischiara il volto donando la grazia; evocano la sconfinata bellezza della natura e la sua continua presenza intorno all’uomo; tutte però create col sapiente uso dell’acquaforte e della maniera allo zucchero, e recanti in sé il tratto distintivo del giovane artista giapponese. (Alessandra Ioalé – Storica dell’arte)

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MaLeVoglie. Ritratti illustri di storiche donne rivoluzionarie

 V.Wolf

GammaPhì, Alter Ego di Giada Fedeli, artista dalla personalità complessa che non possiamo definire con un solo aggettivo. La pittura, compagna di avventure, ha aiutato l’artista a ritrovarsi in quell’immenso e caotico mare di voci e false promesse, che per molto tempo hanno confuso il suo incedere incerto nella vita prima di bambina poi di ragazza e oggi di donna, verso quello che è l’equilibrio dell’anima con il proprio corpo e il mondo che la circonda.

Il viaggio investigativo dell’autrice inizia con l’esplorazione del suo Alter Ego, attraverso lo studio del corpo fulgido di giovane donna fino a scoprire la sua complessa costruzione di forme e volumi, traendo ispirazione dal proprio per poi arrivare a conoscere ed esplorare quelli di altre Ego_Femmine, come le definisce l’artista, che hanno qualcosa da raccontare ma non dicono, elaborando composizioni dall’aria metafisica. Passare all’astratto è stato per l’artista come fare uno zoom sulla femminilità, sull’essere donna con le sue paure e fragilità, vivendo la trasformazione del proprio corpo nello scorrere inesorabile del tempo, per poi tornare al figurativo. Il corpo femminile è sempre protagonista ma stavolta l’analisi si concentra sul volto, considerato come un universo in cui viene svelato l’asimmetrismo di ogni figura umana, e le parole che lo incorniciano amplificano il significato che vi si cela. Volti di donne il cui ipotetico passato le mette in discussione nel presente. Sono la rappresentazione di domande o espressioni d’incertezza che aspettano lo spettatore farsi avanti per risolvere il loro enigma esistenziale. Da ciò il naturale sviluppo non può che essere quello di scegliere di rappresentare volti di donne illustri che, con il loro vissuto, hanno lasciato un segno indelebile nella storia del proprio tempo, da Maria Antonietta a Virginia Wolf e da Giovanna D’Arco a Frida, dipinte con il volto segnato da una macchia. Donne che hanno compiuto atti per se stesse, vivendo secondo le proprie regole ed esigenze; che hanno seguito il proprio destino ferendo, purtroppo, chi le ha amate e scatenando le ire di chi non le ha comprese. E come per ogni rivoluzione c’è sempre un prezzo da pagare, più o meno alto a seconda del contesto storico in cui si opera. Ed ecco che appare la “macchia”, un segno, un marchio, un atto della società discriminatrice nei confronti di ciò che non conosce e, avendone paura, non accetta. Una macchia che, alla luce della propria esperienza nella società di oggi, Giada Fedeli traduce nella manifestazione di una “voglia”. Voglie che oggi ci invitano a spingerci fino ai confini di noi stesse per andarvi oltre o, perché no, soltanto per prenderne atto. Voglie che hanno caratterizzato tutta la loro esistenza, forze scatenanti di tutte le loro azioni senza la quale non sarebbero potute essere le virtuose del proprio tempo. Ognuna di loro opera una rivoluzione, che segna una svolta nella concezione della donna all’interno della società di riferimento e non solo, ma anche per le postume. Non più macchie delle quali vergognarsi, ma voglie differenti per le quali combattere e andarne fiere. Tale traduzione è compiuta con genuinità di tratto e freschezza della composizione, attraverso la visione, spontanea e innocente, di una ragazza che sta diventando donna. I volti si costruiscono per ampie campiture di colore, i cui impasti sono scelti con cura, mentre i contorni, solidi e netti, delineano, contengono ogni campitura in cui si seziona il volto, ponendo in primo piano quell’asimmetria insita in esso. Un corridoio di ritratti di donne illustri, sembrerebbe realizzare la nostra autrice, che fungano da esempio e monito per chi le guarda, come lo sono state per se stessa. Che lo spettatore, come davanti a uno specchio, possa riconoscervi le proprie voglie e allo stesso tempo risolvere i propri dubbi e ricevere la forza per operare la propria rivoluzione personale, pur restando consapevole dei rischi sulla propria pelle. (Alessandra Ioalé – Storica dell’arte)

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VESPA VENICE© di Luca Moretto

Testo critico 

Opera di Luca Moretto

Opera di Luca Moretto

VESPA VENICE© è la coloratissima ed originale reinterpretazione del modello 50 della Vespa Piaggio del 1967, con cui per la prima volta l’artista veneto Luca Moretto si presenta alla 54° Biennale di Venezia – Padiglione Italia, che dallo scorso 17 dicembre 2011 è ospitata all’interno degli splendidi spazi del Palazzo delle Esposizioni di Torinofino al prossimo 29 febbraio 2012.

Dopo un lungo viaggio, fatto di molteplici tappe espositive, quest’opera ottiene finalmente degna visibilità, dando riconoscimento al lavoro di questo artista che da anni lavora, assiduamente e senza sosta, nella continua sperimentazione della resa materica del colore per la restituzione di un messaggio unico di vita, di emozione per essa, a un pubblico che ogni volta è sempre più entusiasmato e sollecitato dalle sue opere. Zampilli di colorati acrilici, linee mosse da sinuose curve, onde concentriche che si propagano da un nucleo vivo, riempiono la superficie della Vespa e compongono, come in una “idrografia” di forme fluttuanti, la geologica disposizione di un pensiero, di un’emozione di fronte alla vita, che ha il solo scopo di distrarre per portarti a largo, salvo dai cattivi pensieri e appagato dalle note brillanti dei colori che lo caratterizzano. Auguriamo perciò a questo giovane artista veneto di poter proseguire il proprio lavoro di ricerca per regalarci ancora opere coinvolgenti dalla forte carica emotiva come questa esposta a Torino.

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