PUELLAE

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PUELLAE

Ovvero educazione al nascondimento della fanciulla contemporanea

di Cristina Gardumi a cura di Alessandra Ioalé

“Il mondo di oggi ci vuole forti, invincibili, performanti nel senso più capitalistico del termine.” Ma cosa significa davvero essere forti? Oppure confondiamo l’essere forti con l’essere coraggiosi? Avere il coraggio di mostrarci per quello che siamo. Avere il coraggio di ammettere, non i nostri difetti, su quelli ormai abbiamo imparato a ridere, quanto le nostre debolezze, che ci renderebbero fragili, colpevoli, davanti alle altre persone. Questo è uno dei temi dal quale la ricerca artistica di Cristina Gardumi prende avvio per dirigersi verso una riflessione più ampia di genere. Oggi l’artista ne porta in mostra una prima parte, quella dedicata al genere femminile, perché se prima era chiesto solo agli uomini di non piangere in pubblico, oggi è richiesto anche alle donne di andare a nascondersi per non farsi vedere piangere. Cosa significa, quindi, “essere forti” per la fanciulla contemporanea? Significa forse portare i pantaloni anche quando va a lavoro in tailleur?

Cristina Gardumi risponde con il suo “Manuale pratico di nascondimento per la fanciulla contemporanea”, una serie di tessuti su cui l’artista inscena situazioni disegnate in cui personaggi femminili dalla testa animale sono le protagoniste. Il tessuto, nella sua funzione primaria e nel suo movimento voluttuoso di parti in ombra e parti in luce, è metafora perfetta di quel dovere a coprire e nascondere ciò che deve stare nascosto mostrando solo ciò che deve essere mostrato. Gardumi dà alla metafora una declinazione diversa. Sui tessuti non illustra soltanto il concetto di nascondimento ma anche quello di rivelazione. Le sue fanciulle adesso, nel mostrare il loro dovere a nascondere le proprie paure o vergogne, esprimono finalmente la volontà di essere scoperte dall’altrui.

Per questo esiste anche una relazione fra il disegnato e il tessuto usato. È la condizione e concezione di “straccio” che interessa all’artista. Il ruolo infimo dello “straccio” che monda e assume in sé la macchia altrui, riportando lo stato di “normalità”. Alcuni sono strofinacci da cucina, uno strumento che riconduce alla donna/madre/casalinga, utilizzato ogni giorno, su cui si racconta la Venerazione della donna per la mascolinità; altri invece sono scampoli di stoffa pregiata: un tempo usata dalla donna per vestire, coprire il proprio corpo e non destare il desiderio altrui, qui sono trattati invece come stracci su cui esplicitamente si illustrano i desideri e l’atto del nascondere e dell’essere scoperti; altri ancora “fingono” di essere tessuti preziosi ma sono sintetiche imitazioni e per questo diventano portatori di bugie per nascondere “difetti” fisici.

La pratica di Cristina Gardumi, che disegna le sue storie su pezzi di stoffa come fossero “lembi di pelle di donna”, va a intrecciarsi concettualmente con la pratica delle donne che un tempo ricamavano e cucivano le stoffe intorno a un tavolo. Due rituali femminili diversi ma paralleli.

Ogni storia è appesa e per poterla leggere il fruitore curioso deve prendere l’estremità opposta e stenderla riempiendo la superficie d’ingombro, il cui contorno è stato segnato precedentemente sulla parete. Una volta dispiegata, l’opera invita anche alla complicità tra fruitori perché, come sappiamo, la visione del segno necessita di una certa distanza, perciò si è spinti a chiedere di aiutarci a tenere dispiegata la stoffa a parete mentre noi ci allontaniamo per guardarla nel suo insieme. Un gioco complice del mostrare l’opera all’altro, di illustrare all’altro ciò che è già illustrato, ma ha bisogno di essere dischiuso.

Da questa prima serie di opere passiamo alla seconda che si ricollega alla prima per il richiamo alla dimensione domestica della donna. Se gli strofinacci servono al nascondimento, presupponendo allo stesso tempo la scoperta, le “Puellae” di Cristina Gardumi sono l’inno al piacere intimo e alla sua manifestazione. Sette figure femminili, tratte dalle pagine di un ipotetico manuale dell’autoerotismo immaginario. sette “angeli del focolare” che, procurandosi piacere con i loro oggetti domestici, raccontano una verità assoluta, l’autoerotismo è conoscenza e affermazione del proprio sé, slegato dal dovere e dalle convenzioni sociali.   

Rimanendo in tema di oggetti propri della sfera casalinga femminile, incontriamo il grembiule, protagonista invece della performance che va a chiudere concettualmente tutta la mostra. Cristina Gardumi indosserà un grembiule a più veli che sfoglierà e mostrerà al pubblico come si fa con un libro raccontandone/impersonandone la storia racchiusa al suo interno. Un libro illustrato le cui parole saranno pronunciate dall’artista.

Per Cristina Gardumi, Puellae Ovvero Educazione al nascondimento della fanciulla contemporanea è una dichiarazione di emancipazione da ciò che è realmente pauroso ovvero il nascondimento delle proprie fragilità e limiti. Introduce a un nuovo modo di scoprire e parlare delle nostre fragilità, attraverso il disegno e l’illustrazione, informati da una certa vena di teatralità in cui ritroviamo appunto l’influenza estetica e compositiva proveniente dal teatro; attraverso la performance e la modalità di fruizione che presuppone la condizione di creare una relazione con l’altro. Un altro tema importante, che sottende alla riflessione di Cristina Gardumi e a tutta la mostra, è quello della comunicazione fra individui. Se in teatro, i tempi dell’ascolto e dell’azione sono dettati da una sceneggiatura precedentemente scritta, nella vita quotidiana questi tempi sono dettati dagli individui stessi, dalla loro capacità di ascoltare, della loro difficoltà a comunicare e dalla loro capacità a reagire. In questa prospettiva, l’artista concepisce le opere, la loro collocazione nello spazio e la performance al fine di stimolare le relazioni ed insinuare l’importanza dell’ascolto, propedeutico alla comprensione; l’artista introduce al valore di complicità nella relazione, indispensabile per capire l’altro, i tempi di ascolto dell’altro; dimostra quanto ridicola e di scarso valore sia la famosa frase “il tempo è denaro”, perché ognuno di noi deve concedere tempo a sé stesso e agli altri per non interrompere il moto armonico della comunicazione che sottende alla costruzione stabile di qualsiasi cosa. Il percorso espositivo induce a un incedere calmo, riflessivo, accorto, che stimoli la scoperta dell’altro/a, del “cosa vi sta dietro”; insegna al pubblico ad assumere un andamento diverso da quello prestabilito dalla società di oggi che vuole tutti al passo coi tempi che corrono, che ci vuole attori in un tempo preconfezionato.

Alessandra Ioalé

In esposizione dal 20 maggio, la mostra è stata prorogata al 20 giugno 2017 presso 79rosso di Firenze.

Foto credits by Silvia Masetti – Anomie

Comunicato stampa | Evento FB | 79rosso

Rassegna stampa

Juliet – PUELLAE ovvero educazione al nascondimento della fanciulla contemporanea. Cristina Gardumi

Artribune – Cristina Gardumi Puellae

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