Archivi categoria: Interviste

#AI Magazine The Art Review issue n° 76 Summer 2017 | Release @ Gogol & Company in Milan

E’ in uscita il prossimo numero della rivista #AI Magazine, in versione cartacea dal 21 giugno in tutta Italia e Canton Ticino, con la copertina dedicata a Giulio Paolini, e portfolio dedicati a Luigi Presicce, il collettivo Discipula, Adriano Annino, Diego Chiarlo, Marco Circhirillo, Jacopo Emiliani, Richard Ingersoll, Studiopepe.

Per questo numero ho avuto il piacere di pubblicare la mia intervista “Superfici riflettenti. La realtà come la si immagina, la sottile bellezza del vuoto e la saggezza della gravità” con Diego Chiarlo, fotografo milanese dalla grande esperienza nel campo della moda che dal 2013 ha intrapreso intrigantemente la strada creativa del mezzo fotografico presentando in questo numero il portfolio delle sue ultime serie prodotte.

 

Il nuovo numero di #AImagazine – The Art Review the #ultimate issue n.76 Summer 2017 sarà presentato il 29 giugno alla libreria Gogol & Company di Milano alla presenza di Andrea Tinterri (direttore artistico di #AImagazine – The Art Review), Collettivo Discipula e Francesco jodice.

Videointervista a Chris “DAZE” Ellis per NOW and LATER @ Avantgarden Gallery Milan

Videointervista a cura di Francesca Holsenn e Alessandra Ioalé, realizzata in occasione della prima personale milanese di Chris “DAZE” Ellis ad AVANTGARDEN GALLERY 

Montaggio video Davide Barbafiera

Testo critico della mostra di Alessandra Ioalé e Francesca Holsenn —> http://wp.me/P39IgZ-aZ  

NOW and LATER rimarrà aperta fino al 15 maggio 2016 presso Avantgarden Gallery, via Cadolini 29, Milano.

Photo courtesy by Avantgarden Gallery

 

Hybrids – Ibridazioni di stili nella personale di Corn79 – Intervista di Alessandra Ioalé per Street Art Attack

Corn79+Etnik the wall out of the 1AM Gallery

Corn79+Etnik the wall out of the 1AM Gallery

Oggi dedico la mia attenzione alla scena italiana con l’intervista a un altro dei più attivi, produttivi e originali interpreti del post-graffitismo, Corn79. Writer e artista che vive e lavora a Torino ma si fa conoscere nel panorama internazionale, distinguendosi per uno stile geometrico astratto, ricercato e peculiare nelle costruzioni compositive, con cui dà corpo a visioni personali. La sua prima personale allo Studio D’Ars di Milano, che inaugura il prossimo 10 Giugno, sarà l’occasione per presentare al pubblico il bellissimo progetto Hybrids, al quale sta lavorando da molto tempo e col quale porta su tela lo stesso concetto di collaborazione che normalmente i writers portano su muro, con la differenza che “le opere sono vere e proprie ibridazioni tra gli stili dei due artisti coinvolti”. Un confronto acceso e positivo con se stesso e, allo stesso tempo, tra artisti legati da reciproca stima, che fa emergere e mostra le qualità tecnico-espressive e le potenzialità estetico-formali del linguaggio artistico di Corn79.

Corn79

Corn79

Alessandra: Oggi Corn79 è conosciuto come uno dei più singolari e attivi interpreti del post-graffitismo italiano. Come ti sei approcciato al writing e come ti sei mosso nella scena italiana?

Corn79: L’approccio al writing è nato in maniera casuale, vedendo alcune tag in giro per le strade di Imperia nell’estate del 1996. Fino a quel momento non mi ero mai fermato a pensare a cosa si potesse celare dietro i graffiti e non li avevo mai veramente presi in considerazione. Da quel punto in avanti una lunga serie di eventi più o meno casuali e fortuiti hanno portato a modificare la mia vita in maniera radicale, nel bene o nel male dal 1996 i graffiti sono entrati nel mio quotidiano e mai ne usciranno. Fondamentale nel mio percorso è stato conoscere Fijodor, Sushi (Non smetterò mai di pensarti amico mio), Odio e gli altri ragazzi con cui fondammo l’ADC, la nostra crew storica che mi ha formato sia in campo artistico che personale. Altro tassello importante, a cavallo tra la fine dei Novanta e l’inizio degli anni Duemila, è stata l’Others crew e l’inizio di un’intensa attività legata alla mia città: Torino. Ho sempre frequentato molti personaggi della scena italiana ed internazionale, anche se penso di aver viaggiato poco rispetto a molti altri. C’è sempre stato un legame forte con la scena toscana, probabilmente per affinità caratteriali coi ragazzi di zona.

Corn79+MRFijodor+DMS+Zed1 Catania 2014

Corn79+MRFijodor+DMS+Zed1 Catania 2014

Leggete l’intera intervista QUI su Street Art Attack

Interview with Binho Ribeiro by Alessandra Ioalé for Street Art Attack

Immagine Copertina_Binho @ Art Rua 2013 Rio De Janeiro

During these last weeks I had the pleasure to interview Binho Ribeiro, one of the first Brazilian graffiti pioneers based in Sao Paolo, who is famous for his colored imaginary series of characters. He usually travels a lot and he has painted in several cities all around the world, such as during his last participation at Wynwood Walls in Miami and at Meeting of styles in Latin America.
We spoke of different kind of topics within this interview, in which he also retraced his experiences as a curator of the International Biennial of Graffiti Fine Art, where the Italian artist Etnik was invited in the last edition (here is the interview to the artist by Giada Pellicari), and of the Museu Aberto de Arte Urbana (MAAU), which is an important urban art project in Sao Paolo.
If you want to see his artworks by yourselves you should go to the Amazing Day Art Exhibition, which opens on the 11th of this month at Locate di Triulzi (MI), where he will be one of the artists exhibiting.

Alessandra: You started as a graffiti-writer in the 1984, becoming one of the first important old school ones from Sao Paulo. Can you tell us about the scene of your city?
Binho: At that time there wasn`t a graffiti scene. The artists came up as few ones, the crews were taking shape and some walls started being painted by them. Today Sao Paulo counts around five thousand graffiti writers.

Binho @ Wall Therapy 2013 Rochester NY

Binho @ Wall Therapy 2013 Rochester NY

A: You are both a curator and a graffiti artist. Can you tell us something about your style? Where do you get inspiration from?
B: As an artist I have my classic graffiti tags, characters, scenarios, wild style and some screens from this traditional work. I also developed one conceptual line, where I made use of figurate animals with color and peculiar style. This line of the work is the proposal that I use when I`m exhibiting inside galleries and museums.
My inspiration comes from the Brazilian colors, animals that transmit life, movement and positive energy. Acting as a curator I explored my experience of thirty years in this cultural area in Brazil, Latin America and other territories around the world. The connection with artists and cultural producers gave to me the possibility in order to identify the style, the concepts and artists behave from many places around the world. Therefore I turn my trusteeship unique and authentic.

Binho Characters 2014

Binho Characters 2014

A: You are also the curator of the International Biennial GFA at the MUBE museum. How the Biennial Fine Art Graffiti has started in Sao Paulo city?
B: Trough an invitation from the Museu Brasileiro de Esculturas MUBE (Brazilian Museum of Esculpture) to develop a project that would bring the urban art inside a museum, I realized the opportunity of doing something that was different from other cases. With the success of the first exhibitions, we started the project of creating a biennial by turning the posterior exhibitions into something bigger and more embracing.
It started in 2009 and since from the first biennial, we kept running other exhibitions, all of them with outcomes characterized by great results within media and public. Then the second biennial came with great success and the number of visitors estimated in fifty five thousand people in a month. Now we are working on the third biennial that should open on the first semester of 2015.

Binho @ GFA Los Angeles

Binho @ GFA Los Angeles

Read all article HERE on Street Art Attack

http://www.binhoribeiro.com.br
http://www.flickr.com/photos/binhone

Pics by Binho

Un’arte che sa parlare direttamente al cuore. Il potere del tratto inciso nell’opera di Silvia Rocchi | Intervista per Pagina Q

Intervista di Alessandra Ioalé per Pagina Q

È la prima volta che realizzo un’intervista a un autore di fumetti, ma come si dice “mai dire mai”, nella vita c’è sempre una prima volta. Per mia fortuna e grande piacere, il mio battesimo è con la giovane autrice Silvia Rocchi, che si appresta a portare, questo Sabato 22, al Cinema Caffé Lanteri di Pisa la mostra degli originali, con le relative matrici xilografiche, tratti dalla sua ultima fatica, L’esistenza delle formiche un omaggio a fumetti su Tiziano Terzani edito da BeccoGiallo, di cui è prevista una bella presentazione dalle ore 18.30 nella Redrum del Lanteri.

Ciao Silvia. Prima di tutto parlaci un po’ di te, dei tuoi inizi nel fumetto e dei tuoi studi.

Ciao Alessandra, come prima cosa posso dire che ho sempre avuto una grande passione per il fumetto pur non essendo molto attratta da quello classico, mi mancano infatti molte delle letture fondamentali. Nonostante questo sono cresciuta con l’idea che è il mezzo ideale per raccontare, quantomeno per me. Ho una formazione accademica, ho studiato prima pittura poi illustrazione, tra Firenze e Bologna, per poi arrivare all’incisione frequentando per alcuni mesi la stamperia Il Bisonte. Questo ha fatto sì che all’interno delle pagine di un racconto mi senta libera di usare una tecnica piuttosto che un’altra, cercando di gestirle nel formato libro.

La tua ultima pubblicazione, L’esistenza delle formiche, è la graphic novel omaggio a Tiziano Terzani. Una figura molto importante del nostro tempo e di grande spessore culturale. Come hai deciso di affrontare la traduzione per immagini di un così complesso autore?

Quando BeccoGiallo mi ha proposto di lavorare sulla sua vita, di plasmare le sue vicende in qualcosa che somigliasse al precedente (Ci sono notti che non accadono mai, l’omaggio per Alda Merini), ho avuto non poche difficoltà. Raccontare la sua vita, voleva dire comprendere molto meglio alcuni passaggi storici che personalmente non avevo quasi mai approfondito. Uso una  parola banale per dire che sono stata “fortunata” a ricevere questa proposta, perché è stato un arricchimento notevole. Ho amalgamato il conosciuto con lo sconosciuto arrivando a volte a capire meglio certi avvenimenti della nostra storia recente, come le guerre in Medio Oriente.

Al tempo stesso nel momento della stesura del racconto, non volevo che sembrasse una Garzantina della seconda metà del ’900 – asiatico per lo più – e mi sono quindi aggrappata letteralmente al lavoro precedente, usando lo stesso modus operandi: pescare qua e là dai suoi libri in modo cronologico per ripercorrere la sua storia. Ho cercato di restituire le atmosfere nelle quali si muoveva, anche se non avendo mai visto o vissuto in certi posti a volte è stato un po’ strano.

Il titolo dell’opera trae ispirazione da una teoria, che cita Terzani quando ne La fine è il mio inizio parlando della sua esperienza in Asia, dice che “se diventi esperto di formiche, arrivi a capire il mondo”. Ce ne puoi parlare?

Questo titolo è una buona scelta, perché mette d’accordo i vari lettori di Terzani. Si riferisce a quell’attenzione per i dettagli che visti nel loro insieme ti fanno capire come gira una situazione, una giostra o una parte di mondo.

Al proposito c’è un articolo molto bello pubblicato dal Corriere della Sera nel ’97 e raccolto alla fine di In Asia, in cui parla dell’Orsigna, il paese sull’Appennino pistoiese, al quale è stato da sempre molto legato e dove ha trascorso gli ultimi anni della sua vita. Riporta un proverbio cinese molto corto che recita “guardare i fiori dal dorso di un cavallo”, e poi continua: ..in venticinque anni d’Asia, ho visto tanti fiori, a volte straordinari, ma dall’alto di un cavallo, sempre di corsa, sempre a distanza, senza troppo tempo per soffermarmici. Gli orsignani hanno visto pochi fiori, forse piccoli, ma ci sono stati accanto, li hanno visti sbocciare, crescere, morire. E di quello straordinario ciclo della vita sono diventati esperti. E liberi, anche dalla morte.

Potrete continuare a leggere l’intera intervista QUI su Pagana Q!

La camaleontica materia scultorea nelle mani di Carlo Galli | Conversazioni d’autore

Inauguro questo 2014 d’interviste su RDV dedicando lo spazio al giovane artista viareggino Carlo Galli che, forte di una profonda esperienza e conoscenza della modellazione scultorea, porta avanti una personale ricerca e sperimentazione materica, che lo distingue nel panorama di questa disciplina. Le materie scultoree nelle sue mani assumono connotazioni estetico-tattili estremamente interessanti, tanto da poter definire la sua scultura “camaleontica”, volendo rendere in superficie l’illusione di un altro materiale. Le sue elaborate installazioni site-specific, composte di singoli elementi interdipendenti e modellate attorno precise tematiche attuali, intessono un originale discorso critico col contesto che le ospita, come quelle realizzate su grande scala all’interno del Festival austriaco Schmiede 2013, o si fanno simbolo di quello stesso discorso nelle miniature prodotte in serie limitata per il progetto BAU a 3D per questo 2014.

Violet Vaiolent, 2014. Colla a caldo, colore acrilico, dimensioni variabili

Violet Vaiolent, 2014. Colla a caldo, colore acrilico, dimensioni variabili

Ciao Carlo! Parlaci un po’ di te come ti sei avvicinato alla scultura e come hai capito che sarebbe stata la tua disciplina di riferimento.

Ciao Alessandra, innanzitutto grazie per questa intervista.

Credo che sia una dote che porto dentro fin da quando sono bambino. Mia madre si stupiva molto per la creatività con cui costruivo edifici con la lego. A 17 anni mio padre mi ha proposto di andare a fare il ragazzo di bottega nel laboratorio di scenografia di Arnaldo Galli, dove tra l’ altro si lavorava anche per la costruzione dei carri del carnevale. Questa è stata un’esperienza formativa veramente importante, ho imparato a muovermi sin da piccolo in un ambiente di lavoro e ho rubato con gli occhi le tecniche e le soluzioni creative del maestro. Dopo questa esperienza, sin dai 19 anni, mi sentivo già molto sicuro delle conoscenze tecniche apprese; infatti dopo la maturità artistica mi sono iscritto all’Accademia di Belle Arti di Carrara, scegliendo scultura per approfondire e conoscere altre tecniche, come la lavorazione del marmo, del bronzo e la formatura.

Sei parallelamente scultore e docente di discipline plastiche al liceo, vorrei sapere cosa significa per te fare il docente con gli occhi dell’artista? L’insegnamento completa e arricchisce il tuo percorso di scultore?

Mi sono abilitato all’insegnamento di discipline plastiche nel 2007 con il corso cobaslid (SIS).  Soltanto nel 2103 hanno cominciato a chiamarmi come supplente. Il periodo più lungo è stato lo scorso anno: sei mesi al liceo artistico di Lucca. E’ stata un’esperienza emozionante perché ho avuto la possibilità di insegnare nella stessa classe dove sono stato allievo.  Mi sono divertito molto, perché con la classe, a poco a poco, si è creata una bella sintonia. Essere insegnante e artista è senz’altro positivo, infatti i ragazzi sono stimolati e incuriositi da idee differenti e capiscono molto bene se la persona che hanno di fronte possiede le competenze adeguate. Anche se non hanno delle capacità tecniche consolidate, collaborare con gli studenti è interessante, riescono a trovare spunti creativi sorprendenti che possono  influenzare anche il mio lavoro d’artista.

Carlo Galli. Intervento - Rivalutazione urbana, 2013. Colore acrilico su tombino fognario

Carlo Galli. Intervento – Rivalutazione urbana, 2013. Colore acrilico su tombino fognario

Lo scorso 19 ottobre ti è stata dedicata la prima personale alla Casa Museo Ugo Guidi, in cui erano riunite quasi tutte le tue opere scultoree, realizzate dal 2011 al 2013. Niente è lasciato all’immaginazione dello spettatore, al contrario le tue sculture fanno riferimento a specifiche tipologie figurative. Ciò sembra legarsi a una costante che distingue il tuo lavoro: l’atteggiamento critico con cui affronti tematiche ben precise. Ce ne puoi parlare?

L’idea di portare tutte le opere tra il 2011 e il 2013 è stata della curatrice Gaia Querci. Abbiamo creduto necessario fare un punto della situazione. In questi due anni infatti, il lavoro che ho portato avanti è di carattere camaleontico. La sperimentazione è una caratteristica di questi ultimi anni di lavoro e questo si rispecchia anche nella mostra. Nonostante si possa percepire un filo conduttore, ultimamente le tematiche che affronto cercano di sviluppare una critica sui valori deteriorati della società. Mi è capitato più di una volta di iniziare a lavorare ad un progetto, stimolato dalle contraddizioni che osservo. Questi input che ricevo, vengono rielaborati come elementi che cercano di rendere il messaggio finale più comunicativo e chiaro possibile. Emblematica è l’installazione scultorea “Work in progress”, presente in mostra e realizzata nel 2011. Una moltitudine di piccoli manager e imprenditori di gesso, muniti di caschetto antinfortunistico, sono posizionati in cima a dei tronchi d’albero, piantati nella spiaggia del parco naturale di Viareggio. Gli ometti “pianificano” un progetto di cementificazione. Questo lavoro si sviluppa attorno al tema della speculazione edilizia con sguardo critico rispetto a quelli che, al tempo in cui era viva la questione, erano gli interessi economici che miravano a costruire nuovi hotel e locali lungo il litorale del parco naturale.

Work in progress, 2011. Gesso e colore spray, dimensioni variabili

Work in progress, 2011. Gesso e colore spray, dimensioni variabili

Questa tua personale mi ha dato modo di notare uno sviluppo costante nella tua ricerca artistica dal punto di vista tecnico-espressivo. Parlami dei tuoi inizi con la scultura in pietra e di come man mano sei passato a sperimentare il gesso, ma ancor di più la carta pesta.

Il mio percorso artistico inizia con la fine degli studi accademici. E’ un percorso graduale in continua mutazione. I primi anni, fresco delle nozioni tecniche apprese durante gli studi di scultura, mi sono allontanato quasi subito dal marmo e dal legno, ed ho cercato di stabilire un linguaggio con diverse materie plastiche, prediligendo la creta, il gesso e il cemento. Questo approccio è stato fondamentale per assimilare tutto quello che avevo appreso e per capire le mie inclinazioni in questa disciplina. Ho potuto così sperimentare nuove soluzioni, al fine di avvicinarmi ad uno stile più personale. I temi che ho affrontato nelle prime esperienze erano vicini alla cultura classica, con un forte legame al figurativo.

Negli anni poi, proseguendo nella mia ricerca artistica, ho conosciuto nuove persone che, in diversi modi, lavorano nell’ambito dell’arte e mi hanno influenzato. Grazie a Laboratorio21, Associazione Culturale da me co-fondata, che organizza eventi e cura esposizioni, nonché spazio dove lavoro, ho avuto la possibilità di confrontarmi con altri artisti. Sempre di più ho iniziato a documentarmi, a leggere riviste e a guardarmi intorno. Mi sono reso conto che la ricerca della forma, delle linee, del gesto e della rappresentazione della figura umana, non potevano più essere gli unici fattori da prendere in considerazione, per quello che ritengo essere l’evoluzione della mia esperienza artistica. A poco a poco ho avuto la sensazione che fosse necessario distaccarmi da quello che avevo appreso, nonostante ritenessi i risultanti soddisfacenti. Continuare a fare scultura figurativa tradizionale forse sarebbe stato più gratificante, però ho preferito percorrere una strada sterrata dove non vi è nessuna certezza.

Dog and Soldiers, 2012. Cartapesta, colore acrilico, 200x120cm

Dog and Soldiers, 2012. Cartapesta, colore acrilico, 200x120cm

In questa fase, ho comunque cercato di mantenere una linea guida e sviluppare quegli strumenti che conosco meglio, sia per quanto riguarda i materiali che per le tecniche. Ho provato diverse volte ad utilizzare la cartapesta come tecnica scultorea. Una tecnica che ho imparato all’ inizio del mio percorso, nell’ ambiente del carnevale, ma che non ho voluto abbandonare. In questa materia mi piace creare l’illusione di un altro materiale, grazie alle patine e ai colori. In questa materia mi piace creare l’illusione di un altro materiale, grazie alle patine e ai colori. Il colore può dare l’illusione che l’oggetto abbia un valore differente. Per esempio la cartapesta può essere trasformata in una pietra marmorea. Credo sia interessante creare una sorta di incognita sull’origine del materiale di realizzazione. Realizzo patine con colori acrilici o anche sintetici. Mi interessano i materiali come bronzo e marmo, anche se a volte mi piace improvvisare e giocare con i colori, ottenendo spesso l’effetto di leghe metalliche colorate o arrugginite.  Tutto ciò si esplica in Dog and soldiers, l’ultimo lavoro in cui ho voluto dar forma al concetto di ribaltamento di ruoli, sovvertendo le proporzioni dei due protagonisti. Il cane, che normalmente rappresenta l’innocenza e la bontà, si trova qui ad avere una statura molto più grande rispetto al gruppo dei militari, che li sovrasta. L’idea è quella di mettere i militari in una sorta di impotenza rispetto al cane, che convenzionalmente è ritenuto indifeso.  

Dog and soldiers - Carta pesta 2013

Dog and soldiers – Carta pesta 2013

Fino ad arrivare oggi a un uso insolito, ma interessante e di forte impatto estetico, della colla. Esiste un collegamento tra ciò che vuoi esprimere, il messaggio, e il materiale di volta in volta utilizzato?

L’uso della colla a caldo fa parte di un  processo di ricerca sulla materia. Ho cercato a lungo soluzioni che mi permettessero di raggiungere l’obiettivo di rendere la scultura una disciplina che possa essere concorrenziale rispetto alle altre forme d’arte. Con concorrenziale intendo che possa essere realizzata in tempi brevi, economica, ma comunque di forte impatto. L’utilizzo della colla  è il risultato di questa ricerca. Anche se sono ancora nella prima fase della sperimentazione ho potuto notare qualche risultato. . Proprio con la partecipazione nel settembre 2013 al Festival Schmiede, importante manifestazione artistica in Austria, ho avuto la possibilità di realizzare, nei dieci giorni di festival, una delle prime installazioni con questa tecnica dal titolo “Violet violent“.

Violet Vaiolent, 2013. Colla a caldo, colore acrilico, dimensioni variabili_Festival Schmiede

Violet Vaiolent, 2013. Colla a caldo, colore acrilico, dimensioni variabili_Festival Schmiede

I carri armati di Violet violent sono dei simboli: l’inconsistenza del materiale contrasta con la potenza del soggetto, proprio come la fragilità dell’individuo si contrappone al potere che l’uomo può attuare nelle sue strategie di sopraffazione. Un guscio vuoto può essere macchina di distruzione. Un uomo può esercitare le sue strategie anche nella vita comune in una lotta per affermare se stesso. Come in un gioco di ruolo, la strategia si intreccia con il caso, e nell’installazione i “carrarmatini” vengono allineati secondo una tattica di conquista del territorio.

Violet Vaiolent, 2014. Colla a caldo, colore acrilico, dimensioni variabili

Violet Vaiolent, 2014. Colla a caldo, colore acrilico, dimensioni variabili

Parallelamente alla scultura porti avanti un discorso nuovo nell’ambito dell’installazione site-specific realizzando opere con il nastro segnaletico in ambienti industriali abbandonati o luoghi di periferia fortemente degradati, fatta eccezione per quella studiata ad hoc nell’atrio di Palazzo Gambacorti per la Notte Bianca in Blu di Pisa (qui l’articolo). Come hai concepito questo nuovo percorso e qual è l’idea che vi si sottende?

E’ iniziato tutto per caso, una mattina stavo andando al mare (spiaggia libera della Lecciona) e camminando non ho potuto fare a meno di notare quelle capanne realizzate dai bagnanti, per proteggersi dal sole, con canne di bambù e vecchi legni straccati dal mare. Paradossalmente alcune di queste strutture sono state messe sotto sigillo e sequestrate. Su questo episodio è nata l’idea di utilizzare il nastro segnaletico come elemento creativo.  Come può un semplice nastro di plastica tenere lontane le persone delle aree delimitate? Il nastro è un materiale molto volubile, ma nell’immaginario collettivo il nastro bianco e rosso ha un determinato valore di limite intransitabile. Rappresenta qualcosa di inaccessibile, di pericoloso dal quale tenersi alla larga. Quindi mi sono detto, ma perché non proviamo a delimitare delle aree di spiaggia libera come provocazione rispetto ai bagnanti che frequentano la zona? Così è nato Delimitazioni di superficie e l’uso del nastro segnaletico nella mia esperienza artistica.

Delimitazioni di superficie, 2013. Nastro segnaletico e bastoncini di legno, dimensioni varibili

Delimitazioni di superficie, 2013. Nastro segnaletico e bastoncini di legno, dimensioni varibili

Carlo Galli - "Delimitazioni di Superficie" Installazione site-specific Atrio Palazzo Gambacorti Pisa Notte Bianca in Blu 2013

Carlo Galli – “Delimitazioni di Superficie” Installazione site-specific Atrio Palazzo Gambacorti Pisa Notte Bianca in Blu 2013

Puoi darci qualche anticipazione su qualcuno dei tuoi progetti per questo 2014?

Ho vinto la borsa di studio per “Bag Factory”, una residenza d’artista in Sud Africa. Intanto sto lavorando in collaborazione con altri due artisti per realizzare un workshop di scultura all’interno del Festival Schmiede in Austria. Con Laboratorio21, nel mese di giugno, è previsto un evento in collaborazione con un curatore spagnolo, che coinvolgerà artisti delle Canarie. Infine mi sto occupando di realizzare 150 miniature di carri armati per il progetto  BAU a 3D.

Un consiglio d’autore.

Viaggiate il più possibile! Fate anche delle passeggiate a piedi. Aiuta ad aprire la mente! 

http://www.laboratorio21.com

http://www.flickr.com/photos/carlogalliworks/

Quando il messaggio determina il medium. Trasversalità nella pratica di Tatiana Villani | Conversazioni d’autore

Questa settimana lo spazio riservato alle interviste con giovani autori ed artisti di spicco nel panorama attuale dell’arte, è dedicato all’artista Tatiana Villani, di origini salentine, che da alcuni anni vive e lavora a Viareggio sviluppando una propria ed originale pratica artistica. Al centro della sua ricerca vi è l’evoluzione psicologica dell’uomo in rapporto al cambiamento del contesto socio-culturale di riferimento, indagando quelli che sono i sintomi e le trasformazioni a cui esso è sottoposto nel corso del tempo. La sua poliedrica produzione di opere si concentra sulla trasposizione esterna, di uno spazio reale ed espositivo, di ogni aspetto di questa evoluzione, avvalendosi ogni volta di medium diversi come la fotografia, il video, la parola e il testo, e sperimentandone sempre di nuovi. La grande flessibilità e capacità di approccio multidisciplinare di Tatiana Villani, in funzione del messaggio, ha suscitato in me grande curiosità e forte interesse verso il suo lavoro, 

Parlami dei tuoi inizi all’Accademia di Belle Arti nel ’97-’98 e del tuo lavoro sulla materia e sulla simbologia nella pratica artistica per un’arte come strumento di comunicazione e relazione.

Quando ho iniziato l’accademia ero completamente a digiuno di arte, avevo fatto piccole cose come autodidatta e il mio percorso scolastico precedete era in tutt’altra direzione. Ho sentito il bisogno di partire dall’inizio, da materiali semplicissimi e da simboli molto sintetici, per molti anni ho solo dipinto.

"Nascere" 63x42cm

“Nascere” 63x42cm

Qual’è stata e da dove scaturisce l’esigenza che ti ha fatto decidere nel 2000 – 2001 a specializzarti in Arte terapia e quindi a diventare arte-terapeuta?

Dopo diversi anni di ricerca sui simboli, la materia e il senso che ci può essere nel fare arte, ho allargato il campo e ho cercato di trovare ponti- collegamenti tra l’opera e la società in cui vivevo. Due realtà in particolare hanno attratto la mia attenzione: il teatro, nelle sue forme performative e politicizzate, e le applicazioni sociali del medium artistico, grazie all’arteterapia.

"Composizione paura" 140x150cm

“Composizione paura” 140x150cm

E’ come se l’arte sia un mezzo attraverso cui arrivare a un obiettivo comune al tuo essere arte terapeuta e artista. L’una complementare all’altra. Vorrei sapere il tuo punto di vista e qual’è l’obiettivo.

Nei primi periodi di formazione, pratica e sperimentazione di questi tre mondi (arte, sociale e teatro) ho cercato di tenerli distinti, paralleli. Queste realtà dialogavano e si alimentavano solo nella mia testa e in ognuna riversavano le esperienze dell’altra, ma senza contaminarle dal punto di vista linguistico. La pittura era pittura, il rapporto terapeutico si svolgeva nel setting, e il teatro nella sua cornice. I confini, col tempo, sono diventati più labili e la contiguità ha portato la contaminazione.

Qual’è il mio obiettivo… direi la ricerca di senso, mi sforzo con qualunque strumento di affrontare domande e di rendere questo percorso visibile.

Come funzionano tra loro le tue opere? Sono concatenate tra loro, e ognuna rappresenta la logica conseguenza della precedente, o sono indipendenti tra loro?

Le opere sono sempre collegate tra loro, secondo traiettorie non sempre lineari, la mia ricerca ricorda la costruzione di una rete, di una ragnatela. I fili con cui la tesso sono vari: i materiali, i concetti, le pratiche. Si alternano e si concatenano, possono sembrare singolari solo finché non si allarga sufficientemente il campo di visione e si scorge di nuovo la struttura, la rete..

"Amnesia" - foto dell'installazione site-specific

“Amnesia” – foto dell’installazione site-specific

Sono opere totalmente diverse dal punto di vista estetico, compositivo ma soprattutto dal punto di vista dei mezzi espressivi. Ce ne sono alcune di cui ci vuoi parlare?

Come dicevo prima ci sono vari elementi di contatto, in particolare quest’idea di struttura, a questo proposito vorrei illustrare due progetti emblematici: Immaginario e Sewing or sowing.

Immaginario è un archivio elastico di lemmi composti da collage le cui immagini sono raccolte da riviste di varie nazionalità e di varie culture, una specie di dizionario dell’immaginario collettivo proposto dai media, che diventa realtà spaziale e con cui il fruitore può interagire.

Immaginario

Immaginario – Installazione

Sewing or sowing è un progetto che ho realizzato in Rajasthan, in India, per la fondazione indiana Kamanart, che si occupa di arte contemporanea in contesti rurali. In questo caso ho unito le tre competenze (sociale, teatro e arte) producendo una lunga performance relazionale con le persone del luogo.

L’idea di base è quella di sostenere una famiglia in particolare, i Patel, che rappresenta un esempio virtuoso in rapporto al difficile vissuto locale rispetto alle questioni di genere, in quanto la figlia, nonostante le modeste condizioni economiche, non è stata obbligata al matrimonio in giovane età e gli è stato anche concesso di studiare all’università.

Ho lavorato con le ragazze del paese per quindici giorni a ricamare una lunga striscia su cui era scritta la storia dei Patel,  poi ho costruito un’istallazione temporanea all’interno della loro casa creando un corto circuito tra pubblico e privato. L’opera materialmente è un agglomerato di oggetti significativi per la famiglia legati insieme con un filo dorato e con la fascia ricamata che testimonia la loro storia.

Sewing or sowing

Sewing or sowing – Installazione

Di tutti i medium utilizzati per esprimere ogni volta la tua visione qual’è stato per te quello che:

– riutilizzeresti

– ti ha affascinato nella pratica

– ti ha sorpreso nella riuscita finale dell’opera

– non ti ha soddisfatta

-Di solito la sperimentazione con i materiali mi dà sempre grandi soddisfazioni, non fosse altro che per il viaggio che mi consente ogni volta, ma col passare del tempo sono diventata sempre più sensibile ai materiali tossici per cui ora li evito o cerco di utilizzarli con maggiore cura.

-Mi affascina molto lavorare con materiali cangianti che interagiscono con la luce e con le diverse ambientazioni, adoro i materiali plastici e le resine. Recentemente ho lavorato tanto con la paraffina, scolpirla mi produce un vero e proprio piacere fisico.

-La sorpresa e la meraviglia sono la base di tutte le mie sperimentazioni, direi quindi che mi sorprendo sempre, nel bene e nel male.

-Il materiale che ho sempre trovato ostico e che a tutt’oggi non mi ha dato soddisfazioni è l’acquarello, ma non escludo che sarà così anche in futuro.

In ciò hanno avuto una certa influenza anche le residenze che hai fatto sia in Italia che all’estero. Esperienze molto diverse tra loro. Me ne vorresti parlare brevemente e dirmi qual’è stata quella che più ti ha segnato nella pratica e nella tua ricerca artistica?

L’ esperienza più lunga e che ha dato una sterzata decisa alla mia ricerca è stato il trasferimento a Berlino, dove collaboravo con uno spazio che fra le vari attività proponeva delle residenze artistiche. Quindi il contatto con le residenze è partito dall’offrirne prima che esserne ospite. Da qui ho deciso di cercare concorsi che di volta in volta corrispondessero alla mia ricerca.

Le residenze sono state per me molto importanti sia dal punto di vista formativo, che umano e motivazionale. Quando nel 2011 vinsi Default, la residenza dell’associazione Ramdom (Visiting professor: Andrea Lissoni, Julia Draganovic,, Alfredo Cramerotti, Pietro Gaglianò, Lewis Biggs, Celine Condorelli e molti altri), scoprii una nuova frontiera. La residenza si occupava di riqualificazione urbana, non era una residenza di produzione, ma un’occasione per scambiarsi delle visioni. Un tempo prezioso in cui ho conosciuto utili collaboratori e colleghi interessanti.

Altro progetto importante, la residenza a Zagabria, in cui ho presentato “Metaproject” per una galleria che si occupa di arte effimera. Sono rientrata in Italia innamorata della città e della sua gente e con la mia prima esperienza in una performance relazionale di lunga durata. Per questo progetto ho lavorato per strada per sei giorni, seduta alla mia macchina da cucire ricamavo i desideri, i sogni e gli incubi dei passanti, in una serie di relazioni uno a uno che duravano un paio d’ore. Poche settimane dopo sono partita per la residenza indiana..

Metaproject

Metaproject

Cosa comporta questo modus operandi nel procedere con lo sviluppo della tua ricerca?

Non posso generalizzare, direi che ogni progetto a modo suo apporta stimoli diversi, a volte è il materiale che mi aiuta a generare nuove idee, e a volte è l’idea e la situazione che genera nuove tecniche.

Parlami dell’ultimo progetto a cui stai lavorando.

Sto ultimando il progetto Logos per la casa editrice Atypo. Logos è un libro d’artista composta da grandi lastre di cera scolpite, che ricordano le stele antiche, e a prima vista sembrano rappresentare simboli pre-scrittura. Pensandole come reperti archeologici, dal punto di vista linguistico si evidenzia la vicinanza tra i moderni logo e i lontanissimi petroglifi, mentre da quello del medium opererò una traduzione delle lastre scolpite a lastre stampate 3D con l’uso di un’apposita stampante prodotta dal gruppo romano Unterwelt.

A questo indirizzo www.tatianavillani.com/logos si possono trovare molte informazioni, anche se il lavoro è ancora in progress e verrà riaggiornato e ampliato entro gennaio.

Logos mi ha permesso di unire in un unico progetto tanti campi di interesse, l’oggetto relazionale, la scultura, il disegno, la relazione con il pubblico, la tecnologia, una nuova visione sull’idea di comunità. Una sfida intensa che è valsa la pena accettare.

Logos - Un passaggio del procedimento di stampa

Logos – Un passaggio del procedimento di stampa

I tuoi progetti futuri?

A breve ci sarà una mia personale a Carrara e sul futuro non vorrei dire di più per scaramanzia.

Un consiglio d’autore.

Se dovessi dare un consiglio a un neofita gli direi di non restringere lo sguardo solo al suo lavoro e nel suo studio, ma di guardare con curiosità anche al mondo che lo dovrà ospitare.