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Sobre la sangre | Teresa Margolles alla Tenuta dello Scompiglio | Vorno (Lu)

Il primo alito perturbante che ci arriva dalla mostra di Teresa Margolles, “Sobre la sangre“, è quello che a prima vista sembra un ombrellone sotto cui ripararci, dalla pioggia come dal sole. Ad accoglierci all’esterno infatti è l’installazione itinerante “Frezada”, sotto la quale ci poniamo e veniamo colti da un forte odore di sangue che da essa si sprigiona. Il primo cortocircuito. In realtà quell’ombrello è composto da una coperta recuperata dall’obitorio di La Paz impregnata del sangue di una donna vittima di femminicidio, montata poi su una struttura metallica. Come ci sentiamo quando diventiamo consapevoli di stare all’ombra della violenza di genere?

All’interno, lo spazio espositivo dello Scompiglio è irriconoscibile, completamente modificato ad hoc per quella che sarà un’esperienza conoscitiva davvero suggestiva e comprensiva dell’opera e del messaggio, dell’esperienza dell’artista. Un’artista che “esamina le cause e le conseguenze sociali della morte, della distruzione e della guerra civile.” Affrontando temi come la violenza, il genere, la povertà e l’alienazione con cui “critica l’ordine sociale ed economico che rende normali certe morti violente, […] sottolineando la complicità del governo nel produrre violenza e nel generare povertà.”

Introdotti in quello che è il percorso espositivo, concepito quasi come un tunnel/labirinto buio, rimaniamo senza fiato appena girato l’angolo. Abbagliante, nell’oscurità della sala, ci appare stesa una lunga tela, a prima vista una suppellettile cerimoniale dai ricchi ricami.

Teresa Margolles “Wila Patjharu / Sobre la Sangre, 2017”

Ci avviciniamo lentamente, come a qualcosa di sacro, e osserviamo in silenzio. Siamo ancora ignari di ciò che abbiamo davanti i nostri occhi. Costeggiamo adagio il lungo piano che la sostiene. Ci sveleranno poi i curatori la realtà di ciò che stiamo vedendo, guardando, osservando attentamente, attratti esteticamente da ciò che sembra ma non è.

Teresa Margolles “Wila Patjharu / Sobre la Sangre, 2017”

Una sindone di 25 metri che ha avvolto non uno ma dieci corpi di vittime di femminicidio a La Paz. Corpi di donne, straziati, privati dell’anima e consacrati al martirio di una società irresponsabile, violenta e ingorda di ignoranza. Una società machista. Ricamata successivamente “da sette artigiane dell’etnia Aymara attraverso le tecniche tradizionali decorative degli abiti di danza popolare boliviana.” In poco tempo è come essere commensali attorno a un tavolo da autopsia, progettato per sostenere il suo straziante valore. Mi sento in colpa per aver contemplato ed essere stata rapita dalla bellezza dei preziosi ricami. Mi sento ingannata dallo splendore apparente che nasconde qualcosa di orribile, drammatico.

Ed ecco che ho pensato alla bellezza, al trucco, come a strumenti per il nascondimento dell’atroce.

Teresa Margolles “Wila Patjharu / Sobre la Sangre, 2017”

Un’opera davvero sorprendente, che ha diverse chiavi di lettura. E’ sorprendente l’enorme bellezza estetica che nasconde, uguale e contrario, l’enorme orrore umano, producendo un equilibrio tra il concetto/messaggio espresso e la sua restituzione concreta difficilmente realizzabile nello spazio fisico. Tanto magnificente appare, tanto è orribile il segreto che nasconde. E non è forse ciò che accade da sempre anche nella nostra società?

E ancora una domanda. Cosa dobbiamo ritenere “sacro”, oggi, ed elevarlo a “oggetto di venerazione”? Non esiste un solo corpo sacro, non esiste una sola persona da venerare. Ogni corpo è sacro e venerabile. Chi toglie impropriamente la vita commette un sacrilegio. Vorrei elevare a sacra questa sindone, che porta le traccie del sangue di donne a noi sconosciute, ma non per questi motivi meno sacre. Qui sono stati avvolti, hanno giaciuto i loro corpi. Corpi di persone, di vittime innocenti. Al di là della differenza di genere.

L’artista pone il pubblico nella condizione di provare quel disagio che ogni donna prova in una società che non le accetta, le nasconde. Nasconde la brutalità di ciò che ogni giorno sono costrette a subire, ritenute oggetti di e per il desiderio altrui, di e per il piacere altrui. L’opera di Margolles ci mette davanti al senso di colpa che si produce quando si fa avanti la consapevolezza di poter far parte di un meccanismo che vuole insabbiare, nascondere, cancellare il femminicidio sistematico ed “accettato” culturalmente. Perché è un meccanismo culturale, la cui tradizione popolare riesce “a trasformare in ornamento una tragica realtà quotidiana.”

Teresa Margolles “Il Testimone”, 2017 – Karla “La Borrada” (Hilario Reyes Gallegos, 1948-2015)

Il labirintico percorso si conclude poi con due fotografie e due tracce audio associate, attraverso le quali Margollers racconta le vicende drammatiche di due prostitute transessuali, vittime dell’odio di genere la cui morte, come quella di tante altre persone nella loro situazione, non conta, passa inosservata.

Teresa Margolles “Il Testimone”, 2017 – Oisiris “La Gata” (Luis Humberto Garcia Robledo, 1984-2016)

Uno splendido progetto espositivo, intenso e indimenticabile, curato da Francesca Guerisoli e Angel Moya Garcia, visitabile fino al 16 settembre presso la Tenuta dello Scompiglio a Vorno di Lucca.

Tutte le foto sono Courtesy dell’artista e realizzate da Rafael Burillo

 

 

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#AI Magazine The Art Review issue n° 76 Summer 2017 | Release @ Gogol & Company in Milan

E’ in uscita il prossimo numero della rivista #AI Magazine, in versione cartacea dal 21 giugno in tutta Italia e Canton Ticino, con la copertina dedicata a Giulio Paolini, e portfolio dedicati a Luigi Presicce, il collettivo Discipula, Adriano Annino, Diego Chiarlo, Marco Circhirillo, Jacopo Emiliani, Richard Ingersoll, Studiopepe.

Per questo numero ho avuto il piacere di pubblicare la mia intervista “Superfici riflettenti. La realtà come la si immagina, la sottile bellezza del vuoto e la saggezza della gravità” con Diego Chiarlo, fotografo milanese dalla grande esperienza nel campo della moda che dal 2013 ha intrapreso intrigantemente la strada creativa del mezzo fotografico presentando in questo numero il portfolio delle sue ultime serie prodotte.

Il nuovo numero di #AImagazine – The Art Review the #ultimate issue n.76 Summer 2017 sarà presentato il 29 giugno alla libreria Gogol & Company di Milano alla presenza di Andrea Tinterri (direttore artistico di #AImagazine – The Art Review), Collettivo Discipula e Francesco jodice.

SpacEARTH – The satellite photography | Quando il punto di vista dell’artista fa la differenza

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E’ proprio vero che gli artisti sono sempre una voce fuori dal coro. Il loro punto di vista non si conforma né si adagia sulla convenzione. Un punto rosso nella grigia visione compositiva convenzionalmente accettata. Apre sempre la strada a nuove domande o scorge affascinanti visioni della realtà e introduce a un nuovo utilizzo degli strumenti che ormai fanno parte della nostra quotidianità. Il loro sguardo va oltre il veduto, per far emergere ciò che è latente in un’immagine apparentemente quieta e “esauritasi” nel momento della visione stessa. La loro è una visione privilegiata da una sensibilità che la distingue dalle altre nella percezione del quotidiano; il loro essere artisti si conclude, ma non si esaurisce, nella restituzione poi di questa visione attraverso nuovi media tecnologici ripensati come strumenti di lettura della realtà in chiave artistica.

Carloalberto Treccani “Travel around the world” 2010

Federico Winer “Timbuktu – ULTRADISTANCIA” Mali 2016

E’ il caso delle opere di sei artisti: Jenny Odell, Max Serradifalco, David Thomas Smith, Federico Winer, Stephen Lund e Carloalberto Treccani, presentate in anteprima internazionale dal curatore Maurizio Marco Tozzi in SpacEARTH alla LABottega di Marina di Pietrasanta, uno spazio espositivo che promuove la fotografia in tutte le sue declinazioni contemporanee. Quasi una ventina di fotografie risultato di una reinterpretazione artistica delle immagini fotografiche satellitari contenute negli archivi digitali di Google Earth. 

Jenny Odell “206 – Circular farms”, 2013 e “104 – Airplanes”, 2011

Ognuno di loro scopre e mette in risalto peculiari conformazioni terrestri, non che la loro bellezza, che solo con il mezzo satellitare è possibile osservare. Dalle immagini speculari dell’irlandese Smith ai collage dell’artista digitale Odell, che taglia e riorganizza immagini satellitari di Google Maps evidenziando le specificità del nostro ambiente artificiale; dagli alfabeti di Treccani, che esplora l’organizzazione del sistema del linguaggio in relazione alle tecnologie contemporanee; passando poi dalle alterazioni cromatiche dell’argentino Winer, con la serie fotografica ULTRADISTANCIA con cui esplora i confini, a volte superandoli, tra fotografia di paesaggio, geografia, urbanistica e arte digitale; alle figure realizzate attraverso i bike itinerary del canadese Lund per finire alle apofenie del paesaggio che caratterizzano le opere di Serradifalco, il primo fotografo paesaggista a realizzare reportage con l’uso di mappe satellitari su web. Affascinanti immagini che fanno vivere la sensazione di “telepresenza, quella che Lev Manovich definisce “il mezzo non per creare un nuovo oggetto, ma per accedervi, per allacciare relazioni, per osservare ciò che avviene in un luogo remoto”.”

Max Serradifalco “E-ART-H 5, Kazakistan” 2015

La mostra è inserita nella prestigiosa rassegna Seravezza Fotografia 2017, e sarà visibile fino al 14 maggio.

LABottega, Viale Apua 188, Marina di Pietrasanta (Lucca) | http://www.labottega.com

 

Il fiume come metafora per indagare la mutevolezza costante della vita | José Yaque a Villa Pacchiani per il progetto Know-how / Show-how | Santa Croce sull’Arno

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Il fiume così uguale a sé stesso come entità ma sempre mutevole per via del fluire incessante verso il mare.

E’ il fiume, infatti, il protagonista della nuova mostra a Villa Pacchiani, “Alluvione d’Arno” di  José Yaque a cura di Ilaria Mariotti, realizzata nell’ambito del progetto Know-how / Show-how una geografia di relazioni per Sistemi di visione / Sistemi di realtà*, il cui focus quest’anno si concentra su Santa Croce sull’Arno. Molti elementi e tematiche proprie della cittadina toscana hanno catturato l’attenzione e la sensibilità di José Yaque, perché affini con la ricerca dell’artista e già affrontati e declinati in essa. Uno di questi è proprio la presenza del fiume, intorno al quale si snoda gran parte della vita sociale ed economica della cittadina. 

Per l’artista l’unico elemento di continuità nella storia delle civiltà è il fluire continuo e incessante di vite, sempre diverse e che sono lette nel loro essere popolo, essere esistenza, essere parte di un tutto che lentamente, come il fiume, scorre.

Chi nasce e cresce in una città o in un paese dove scorre un fiume, lo sa. La presenza dell’acqua che scorre influenza la vita. La percezione del passare del tempo è diversa, il valore che si dà al tempo è diverso. Anche l’accumularsi di detriti intorno ai piloni o il loro depositarsi lungo le rive diviene significativo per la nostra percezione del vissuto.

“Ascoltavo continuamente il rumore del fiume. Sembrava che dicesse: io scorro sempre, senza fermarmi mai. Risuonava sonoro e costante, come una ninnananna capace di calmare l’inquietudine.” B. Yoshimoto in “Lucertola”

Il fiume dona alla città un cuore atipicamente pulsante che scandisce il ritmo vitale della comunità. Diviene metafora dell’incessante mutare, fenomeno costante della vita e dell’esistenza umana. Un fenomeno che per l’artista vale la pena studiare e rappresentare. La mostra è anche un’occasione per ripensare la vita degli oggetti e materiali, il loro recupero, e riflettere sull’idea dei rifiuti, diversi per territorio e quindi propri della sua identità. In tal senso José Yaque presenta, oltre una serie di dipinti e disegni realizzati nell’arco degli ultimi anni – courtesy della Galleria CONTINUA -, due grandi installazioni site-specific per gli interni e gli esterni del centro espositivo e un nucleo di disegni inediti legati a questo progetto. Due installazioni che danno il nome all’intera esposizione, “Alluvione d’Arno“, l’una all’ingresso della Villa, l’altra nella sala centrale dello spazio espositivo, che hanno preso forma grazie al rapporto che l’artista ha intessuto con la Waste Recycling, società del Gruppo Hera** durante la sua permanenza a Santa Croce sull’Arno.

Ciò che è il residuo delle attività umane viene letto, nel suo continuo scomporsi e ricomporsi, come il fluire incessante del fiume, che parla, al contempo, delle attività dell’uomo, dei suoi consumi, dei suoi scarti.

Una declinazione metaforica del fiume, dell’idea del suo fluire, del detrito che vi è immerso, del continuo cambiamento, dell’evento catastrofico che genera una nuova forma di bellezza, alla quale si rende concretezza con cumuli di rifiuti industriali divisi per materiale che permangono negli spazi di stoccaggio per breve tempo per essere continuamente smantellati e ricomposti dai nuovi arrivi. Un tassello ulteriore per la

costruzione e verifica di un immaginario incentrato sulla circolarità del movimento di cose, acque, materiali, energia.

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Tutto questo si respira anche nel corpo dei due cicli di disegni inediti che creano un diretto parallelo con le produzioni appena precedenti dell’artista ed esposte nell’ala opposta della Villa. Le prime due sono incentrate sulle immagini fotografiche relative all’alluvione del 1966, raccolte dall’artista durante il suo soggiorno a Santa Croce sull’Arno: “Hasta las almas se disuelven en las aguas” e “Alluvione sull’Arno“; una continuazione ideale di segno e ricerca della serie di disegni e dipinti “Divenir” realizzati nel 2014  dove le strutture espositive di gallerie e musei divengono piloni di ponti attorno ai quali si accumulano detriti, rami, oggetti trasportati durante una piena e qui incagliatisi. Le opere d’arte esposte diventano elementi di arresto capaci di trattenere ciò che la corrente tende a trasportare via.

“Cuerpo sull’Arno” – fotografia b/n 2016

Immagini ambigue nascono anche nella serie fotografica “Cuerpo sull’Arno“, in cui il corpo dell’artista si confonde, quasi si fonde con il cumulo di detriti trasportati dal fiume e si incaglia fra i rami. In queste serie si restituisce il candore in cui molto spesso sono immerse le città sui fiumi, e quell’apparente quiete che aleggia quando si contempla il fluire incessante dell’acqua dal ponte sul fiume o dai muretti che costeggiano, tengono, segnano i suoi argini. L’acqua è un elemento mobile, sfugge agli ostacoli, si adatta continuamente seguendo un percorso in pendenza; sembra che ogni oggetto o detrito si abbandoni, come affascinato, al suo moto incessante, lascivo. L’acqua è potente, è una bella donna che passa senza voltarsi a guardare chi osserva rapito il suo passaggio magnetico.

Anche la serie di disegni “Puente de Santa Croce” del 2017, continua e si specchia nella serie di disegni e dipinti “Millennium Bridge” del 2013 che ha come tema il ritratto di ponti ed è legata all’esperienza precedente di Yaque nelle città di Londra e Varsavia. Due città attraversate da fiumi come Santa Croce, costruita sulla sponda del fiume Arno. I suoi ponti, come quelli delle altre città, sono luoghi privilegiati per “ammirare quietamente il passaggio del tempo”.

“I numerosi ponti e ponticelli dettavano una specie di ritmo e ponevano delle pause all’interno del panorama fluviale. Le persone erano infatti costrette a fermarsi e a confrontarsi con l’acqua. […] La gente, come ipnotizzata dall’acqua a volte limpida a volte torbida, spesso sembrava ipnotizzata.” B. Yoshimoto in “L’abito di piume”

“Swietokrzyski Bridge” 2013

Grandi strutture che attraversano i fiumi nel paesaggio urbano – che dal mio punto di vista, sono le immagini più efficaci della metafora eterna del divenire dell’uomo e della civiltà […]” José Yaque

 

A conclusione del progetto “José Yaque, Alluvione d’Arno” per Know-how / Show-how, una geografia di relazioni per Sistemi di visione / Sistemi di realtà”, sarà realizzata una pubblicazione della mostra, che avrà termine questa domenica, 2 aprile.

Portavoce della produzione creativa cubana a livello internazionale, José Yaque sarà uno degli artisti chiamati ad esporre all’interno del Padiglione di Cuba alla prossima Biennale di Venezia.

Progetto: dei Comuni di Pisa e di Santa Croce sull’Arno, realizzato nell’ambito di Toscanaincontemporanea2016 in collaborazione con GALLERIA CONTINUA, San Gimignano / Beijing / Les Moulins / Habana, Associazione Arte Continua, Gruppo Hera Waste Recycling, con la partecipazione di Camera di Commercio di Pisa, Accademia di Belle Arti di Firenze, Liceo Artistico Franco Russoli di Pisa e Cascina con il sostegno di Cassa di Risparmio di San Miniato

Sede espositiva: Villa Pacchiani Centro Espositivo, P.zza Pier Paolo Pasolini, Santa Croce sull’Arno, www.villapacchiani.wordpress.com, giovedì – domenica 16.00 / 19.00, ingresso libero; info: Comune di Santa Croce sull’Arno tel. 0571 30642; 0571 389853

*“Know-how / Show-how, una geografia di relazioni per Sistemi di visione / Sistemi di realtà” è il proseguimento di un percorso fortemente condiviso dalle amministrazioni comunali di Pisa e Santa Croce sull’Arno – e, in prima istanza, da GALLERIA CONTINUA e Associazione Arte Continua da sempre interessate alla relazione tra arte e territorio e fautrici della necessità di coinvolgere gli artisti in un percorso di riconsiderazione di questioni sociali – iniziato nel 2013 per costruzione di un modello d’intervento e di messa in relazione tra territori ed artisti internazionali.

**Un’azienda sensibile all’arte e alle pratiche artistiche che si colloca tra le più importanti e qualificate imprese nazionali che si occupano dello smaltimento dei rifiuti industriali e del trattamento degli scarti di lavorazione provenienti da numerosi cicli produttivi.

#AI Magazine The Art Review issue n.75 Winter 2017 | Online preview

LA FEDELTA’ SI MANIFESTA IN VARIE FORME, è questo il tema del prossimo numero della rivista #AI Magazine, che uscirà il 7 febbraio in versione cartacea con interviste, focus su artisti italiani e stranieri e approfondimenti sull’arte contemporanea. Per questo numero ho avuto il piacere di pubblicare la mia intervista “Internet, materializzazioni dell’effimero”, con Guido Segni e Luca Leggero, due artisti toscani che operano nel campo del panorama contemporaneo dei nuovi media per indagare le dinamiche socio-culturali che si creano dentro e fuori la rete, con una costante certezza: “il web non è per sempre”.

#AImagazine – The Art Review the #ultimate issue n.75 Winter 2017 da oggi in preview online su issuu.com.

La lotta contro la censura in bilico tra tradizione e modernità | AI WEIWEI a Palazzo Strozzi

La sua arte incarna l’ideale di chi è contro la censura, di qualsiasi tipo, ed è a favore della libertà di espressione. Una delle personalità artistiche fondamentali del panorama contemporaneo. La ricerca dell’artista cinese Ai Weiwei si risolve in un dialogo costante tra elementi propri della tradizione cinese e elementi appartenenti alla modernità globale, che si tinge di forte impegno politico e di denuncia sociale da quasi venti anni, e che Palazzo Strozzi celebra con la grande personale “Ai WeiWei Libero”, visibile fino a domani 22 gennaio. Un linguaggio carico di simboli coinvolti nel gioco di incastri, sovrapposizioni, ripetizioni e, perché no, emulazioni alla pari, in cui si esaltano le reciproche caratteristiche estetiche e tecniche dei materiali, quando preziosi e quando poveri e semplici, che l’artista di volta in volta usa. 

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Ciò che per me è importante mettere in evidenza sono la conoscenza approfondita della propria cultura messa in relazione a quella contemporanea, propria dei nativi digitali; la padronanza con cui, di entrambe, rimaneggia simboli, temi, tecniche e materiali e l’attenzione per un’accurata esecuzione, rivelando ai nostri occhi quando il sorprendente paradosso e quando il terrificante parallelismo concettuale, messo in atto dall’artista sempre in relazione con l’elemento materico fondamentale per l’intera lettura dell’opera.

 

"The Animal That Looks like a Llama but is Actually an Alpaca"

“The Animal That Looks like a Llama but is Actually an Alpaca” 2015

Grapes

“Grapes” 2013

Grapes

“Grapes” 2013

Vediamo per esempio “The Animal That Looks like a Llama but is Actually an Alpaca” e “Grapes“. La prima è una complicata carta da parati, dalla lettura stratificata, dove si rintraccia il logo di Twitter e la figura dell’alpaca, coinvolti in composizioni caleidoscopiche insieme ad immagini di videocamere di sorveglianza, manette e catene. Il tutto a ricordare il periodo di detenzione di Ai WeiWei connesso proprio al fatto di essere un artista “scomodo” e più volte censurato dal Governo cinese per i suoi atti di denuncia quali sono ogni volta le sue opere. Non a caso il titolo dell’opera si riferisce a un modo di dire usato in Cina per evitare di essere censurati su Internet. La seconda invece riflette il carattere conservatore e ammiratore dell’artista verso la tecnica e l’armonia di tradizione cinese reinterpretata in un’opera di 34 sgabelli incastrati fra loro che diviene metafora della megalopoli contemporanea nella sua ripetizione del modulo iniziale in una struttura che sfida la gravità.

"Free Spreech Puzzle"

“Free Spreech Puzzle”

“Ruyi”

Proseguo col mettere in relazione due tipologie diverse di serie. Quella dei ritratti in LEGO, con cui l’artista opera una rilettura del Rinascimento italiano e di quelli che sono stati i volti dei dissidenti politici in tale epoca, un chiaro parallelismo a sé stesso e alla sua figura di artista impegnato e osteggiato; e la serie di oggetti in porcellana realizzati da artigiani di Jingdezhen (capitale di questo genere di artigianato), con cui l’artista unisce riferimenti di storia cinese passata e attuale a una tecnica antica e autoctona. Ne fuoriescono parallelismi e paradossi concettuali stupefacenti e taglienti. Free speech Puzzle è un’opera costituita da 32 tasselli relativi alle 32 province in cui è suddivisa la Cina, su cui è riportato dipinto a mano il motto “free speech”. Imitando la tradizione di scrivere sui pendenti il nome della famiglia in segno di buon auspicio, così qui la ripetizione del motto sia di buon auspicio per la Cina intera e i suoi abitanti. Ruyi, è un’altra opera realizzata con materiale e tecnica preziosi ma ciò che custodisce in sé è qualcosa di agghiacciante. Infatti l’artista reinterpreta, usando la porcellana, la forma del “ruyi”, un’antico scettro-talismano cinese, le cui parti non sono altro che interiora di pollo per riflettere sulla piaga del mercato degli organi umani di cui la Cina ha il primato.

"Selfie"

“Selfie”

"Selfie"

“Selfie”

Infine scendo negli spazi della Strozzina e ciò che mi colpisce molto è il progetto che dal 2009 l’artista cinese ha portato avanti, ovvero da quando il governo cinese ha oscurato il suo blog per aver pubblicato i nomi dei bambini morti nel terremoto del 2008. Passa così ai social media come Twitter e Instagram e i suoi post e foto diventano veri e propri interventi artistici, come la serie fotografica “Selfie“, che raggiungono migliaia di follower.

Come veri e propri lupi travestiti da agnelli, le opere di Ai Weiwei sembrano innocue a una prima lettura e visione, ma nascondono a pelo d’acqua “creature” sconvolgenti.

Sull’onda del Grand Opening. A Prato l’arte contemporanea è protagonista in fermento e intorno ad essa si fa network!

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Nei giorni appena precedenti la grande riapertura del Museo Pecci, a Prato gli spazi indipendenti in cui l’arte contemporanea da anni è in fermento, grazie a giovani e instancabili artisti operanti sul territorio, o spazi più giovani, addirittura aperti in questa occasione, dove prendono vita forme contemporanee dell’arte nuove ed alternative, si sono coordinati, organizzati e impegnati al fine di sfruttare l’onda del Grand Opening e portare all’attenzione del grande e piccolo pubblico accorso i propri progetti, le proprie finalità e ricerche, insomma mostrare tutto quello che sta accadendo sul tessuto pratese, intessendo anche un network del contemporaneo presentato in questa occasione (.con contemporaneo condiviso).

Partiamo col SC17 (StudioCorte 17) di Via Genova, un’officina creativa, la vorrei definire, che da dieci anni è tenuta viva dall’artista Chiara Bettazzi insieme oggi agli artisti Massimiliano Turco, Gaetano Cunsolo, e alla sound performer Gea Brown. All’interno dello spazio si sviluppa il dialogo nato dall’incontro e dalla collaborazione tra gli artisti di SC17 e i tre artisti in residenza di Villa Romana 2016 di Firenze: Stefan Volgel, Nico Joana Weber e Jonas Weichsel che hanno visitato lo spazio questa primavera. Installazioni, sculture, video e progetti inediti o trasformati in qualcosa di nuovo, saggi di idee in divenire, che hanno preso forma nel confronto con questo luogo che al tempo stesso è spazio di produzione artistica ed espositivo della stessa ponendo così l’accento sulle molteplici possibilità e capacità estetico-espressive intrinseche al lavoro creativo quando posto in relazione a luoghi con una determinata vocazione. Ho trovato affascinante la ricerca e le opere di Chiara Bettazzi che ha presentato un’installazione di diversi pezzi scultorei, risultati di successive manipolazioni di opere precedenti con oggetti in ceramica di recupero poi lavorati singolarmente che ricomposti e rimontati interagendo con lo spazio hanno assunto una forma ancora diversa e nuova. 

STUDI - SC17+Villa Romana - Foto di Margherita Nuti

STUDI – SC17+Villa Romana – Foto di Margherita Nuti

STUDI-SC17/VillaRomana - Foto di Margherita Nuti

Chiara Bettazzi “Senza titolo” Installazione scultorea – Foto di Margherita Nuti

Chiara Bettazzi - Foto di Margherita Nuti

Chiara Bettazzi “Senza titolo” – Foto di Margherita Nuti

Massimiliano Turco - Foto di Margherita Nuti

Massimiliano Turco “Rizoma” – Foto di Margherita Nuti

Adiacente al SC17 si trova invece Artforms al cui interno ha inaugurato Preludio a cura di Matteo Innocenti. Una mostra di tre preziosi libri d’artista: “L’orizzonte degli eventi” di Emanuele Becheri, che mette a confronto disegno e poesia in reciproca ispirazione; “Volta” di Francesco Carone, che opera un’interpretazione del ciclo di affreschi di Gionne nella Cappella degli Scrovegni riportando sulle pagine bianche del libro solo le aureole dorate per mettere in rilievo l’elemento scultoreo della tecnica a fresco e enfatizzare l’armonia interna del ciclo pittorico; e “Taccuino” di Giovanni De Lazzari, pagine ripiegate su cui l’artista annota qualsiasi tipo di riflessione personale ricorrendo alla compresenza della parola scritta e del disegno. Dall’edizione unica di Carone a quella limitata a 50 copie di Becheri e quella ancora da pubblicare (non è certo) di De Lazzari, le tre opere possono essere il preludio inteso come qualcosa che si esegue insieme, un dialogo in tempo reale appunto tra i tre libri, che nel loro essere libro e opera insieme sviluppano relazioni di senso e concetto inedite e proprie della ricerca di questi tre artisti; ma possono anche rappresentare il preludio di una nuova storia ancora da narrare, quella latente in chi osserva i tre libri posti in un ambiente studiato per favorire la concentrazione e la lettura, e quella latente nella ricerca degli stessi artisti. Mostra visibile fino al 26 ottobre, Via Genova 17/8

Becheri Orizzonte degli eventi - "Preludio" @ Artforms - Foto Pamela Gori

Emanuele Becheri “Orizzonte degli eventi” – Foto Pamela Gori

Becheri "Orizzonte degli eventi" - "Preludio" @ Artforms

Emanuele Becheri “Orizzonte degli eventi”

Taccuino- Foto Pamela Gori

Taccuino – Foto Pamela Gori

Volta - Foto Pamela Gori

Volta – Foto Pamela Gori

Volta - Foto Pamela Gori

Volta – Foto Pamela Gori

Sono andata poi a visitare uno spazio un pò più centrale, quello MOO in Via San Giorgio 9A, che ospita l’opera installativa site specific “Cemento” di Franco Menicagli. Un’opera che invade completamente l’ambiente espositivo e mette in luce quelli che sono i vantaggi del costruire umano che inventa nuovi modi per unire materiali diversi e realizzare l’idea di una città che sale, ma esprime anche le problematiche di un’urbanizzazione in favore di una eccessiva cementificazione. Una doppia lettura dell’opera, complementare e contrapposta, che riflette il pensiero ambivalente dell’artista ed è riflessa nella struttura stessa dell’installazione, stabile e precaria, resistente e fragile al tempo stesso, composta da una costruzione di pilastri, simbolo del costruire moderno, realizzati con mattonelle di recupero che fungono da cassaforme, dai quali spuntano dei ferri; a questa si contrappone e si eleva una costruzione aerea di listelli di legno dalla forma sinuosa e flessibile che va a tangere e percorre tutte le superfici dello spazio. Quest’ultima parte del lavoro di Menicagli si costruisce in relazione all’ambiente che lo contiene, innescando un parallelismo diretto con il concetto di costruzione “vivente” all’interno del paesaggio in cui è inserita. La mostra resterà visibile fino al 2 dicembre. Purtroppo non ho fatto in tempo a visitare LATO in Piazza San Marco, l’altro spazio correlato a MOO, dove potrete visitare invece la mostra A place to be di Paolo Parisi.

Franco Menicagli "Cemento"

Franco Menicagli “Cemento”

Franco Menicagli "Cemento"

Franco Menicagli “Cemento”

Franco Menicagli "Cemento"

Franco Menicagli “Cemento”

Anche la galleria Die Mauer Arte Contemporanea coglie l’occasione per proporre le ricerche di tre artisti. Mi colpiscono le opere di Massimiliano Turco in “divenire” a cura di Alessandra Tempesti, che rappresentano alcuni passaggi avvenuti nel lavoro di ricerca dell’artista; l’atto creativo di Turco si traduce in un linguaggio di segni minimi e ripetitivi, ma non identici, rigorosi e sequenziali, che traccia prima sul marmo poi sulla carta e tornare alla superficie solida marmorea. In questi passaggi, l’incursione del gesto pittorico porta a un’ulteriore involuzione creativa del segno sulla carta che arrotolata su se stessa rivela la sua prossimità alla consistenza del marmo grezzo come il pezzo collocato lì vicino. Catturano la mia attenzione anche le opere su tela e tavola di Gianfranco Chiavacci in “La Grammatica della Macchina” a cura di Pietro Gaglianò

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Gianfranco Chiavacci

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Gianfranco Chiavacci

A questo corollario di spazi e relative mostre, si aggiungono poi i progetti realizzati ad hoc per l’occasione e promossi dallo stesso Centro Pecci, come “La torre di Babele“, una magnifica e suggestiva collettiva curata da Pietro Gaglianò all’interno degli spazi ex industriali delle Officine Lucchesi (Piazza dei Macelli), che ha l’obiettivo di ricomporre la geografia artistica delle gallerie d’arte contemporanea che da anni operano sul territorio toscano per diffondere una cultura estetica eterogenea. Ogni realtà facenti parte del circuito ANGAMC Toscana sono state invitate a presentare il lavoro di uno artista da esse rappresentato. Ventitre artisti, ventitre personalità dai Maestri del Novecento, dalla carriera già consolidata a livello internazionale, ad artisti più sperimentali della nuova generazione con un percorso di ricerca già consolidato e riconosciuto. Il tema della la Torre di Babele richiama la sfida dell’uomo nel superamento dei propri limiti per il raggiungimento di una visione comune. Un disegno più grande che contenga tutte le eterogeneità autonome, come quello del panorama contemporaneo dell’arte in Toscana che si ricompone attraverso i ventitre linguaggi artistici diversi posti nel percorso espositivo. La mostra resterà visibile fino al 6 novembre.

"Lap Dance" Francesco Carone presentato da Spazio A (Pistoia)

“Lap Dance” Francesco Carone presentato da Spazio A (Pistoia)

Particolare dell'installazione site specific "Lap Dance" di Francesco Carone

Particolare dell’installazione site specific “Lap Dance” di Francesco Carone

Carlo Colli presentato da Die Mauer Arte contemporanea

“Skin N125” e “Skin N124” Carlo Colli presentato da Die Mauer Arte Contemporanea Prato

Marta dell'Angelo presentata da Passaggi Arte Contemporanea (PI)

“Folata” Marta dell’Angelo presentata da Passaggi Arte Contemporanea (PI)

Ontani

“Martir Eros della morte dell’Arte” Luigi Ontani presentato dalla Galleria Santo Ficara

Sassolino presentato dalla Galleria Continua (San Gimignano)

“Nucleo” Arcangelo Sassolino presentato dalla Galleria Continua (San Gimignano)

Concludo in bellezza la mia giornata a Prato partecipando all’opening della mostra Inside Lottozero, con cui è si sono appunto inaugurate le attività di Lottozero, che si prefigura come laboratorio, spazio espositivo e molto altro ancora dedicato all’esplorazione dell’uso del materiale tessile nell’arte contemporanea. Tema quest’ultimo che lega le opere dei 13 artisti italiani ed europei invitati ad esporre, anche per la prima volta in Italia, per la mostra. Un opening della durata di 12 ore con live e sound performences che hanno coinvolto il pubblico in un’esperienza sensoriale a 360° dal tardo pomeriggio fino alla mattina del giorno dopo. 

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Claudia Losi

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Anna Rose

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Kathrin Stumreich – Fabricmachine, sound installation and live performance

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Virginie Rebetez UnderCover

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Aldo Lanzini – Performance delle maschere e dei costumi progettati dall’artista

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